Incentivi biogas da discarica nel 2026: cosa prevede davvero la normativa e perché la captazione viene prima

Incentivi biogas da discarica nel 2026: cosa prevede davvero la normativa e perché la captazione viene prima

Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2026

Nel 2026 non esiste un incentivo dedicato alla produzione di energia elettrica per i nuovi impianti a gas di discarica. Il FER X, il principale meccanismo nazionale per le rinnovabili elettriche, sostiene fotovoltaico, eolico, idroelettrico e gas residuati dai processi di depurazione. Il gas di discarica non è tra questi.

Per chi gestisce una discarica, quindi, la domanda giusta non è «quale incentivo posso ottenere», ma «che cosa mi impone la legge». Il d.lgs. 36/2003 obbliga a captare il biogas con la massima efficienza possibile e a recuperarlo energeticamente quando è tecnicamente fattibile. Il recupero energetico nasce da un obbligo ambientale, non da una scelta di investimento.

Per questo in Marcopolo Environmental Group consideriamo la rete di captazione prima di tutto un presidio di sicurezza e di tutela ambientale. Serve a impedire che il metano finisca in atmosfera, che gli odori arrivino oltre il perimetro dell'impianto e che l'aria richiamata nel corpo rifiuti inneschi combustioni sotterranee. Il valore energetico viene dopo, e si valuta sui dati reali del sito.

 

In breve

  • Il FER X non si applica al gas di discarica. Anche il FER 2 non prevede una categoria dedicata.
  • Il d.lgs. 36/2003 impone la captazione del biogas nelle discariche che ricevono rifiuti biodegradabili.
  • Il recupero energetico è previsto quando la portata è di almeno 100 Nm³/h e il flusso dura almeno 5 anni. Altrimenti si ricorre alla combustione controllata in torcia o all'ossidazione biologica.
  • La rete di pozzi costa tra 66.000 e 150.000 euro per ettaro di sola perforazione, a seconda della maglia.
  • Sulla discarica di Taranto il biogas effettivamente captato è stato circa l'80% di quanto previsto dal modello teorico.

Esistono incentivi per l'energia elettrica da gas di discarica?

Per i nuovi impianti, oggi no. Il decreto FER X definitivo (DM 18 giugno 2026, in vigore dal 7 agosto 2026) prevede un contingente massimo di 37,15 GW. Come indica il comunicato del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, i destinatari sono impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici e impianti di trattamento dei gas residuati dai processi di depurazione.

Il gas residuato dai processi di depurazione è il biogas prodotto dai fanghi degli impianti di depurazione delle acque. È una categoria distinta dal gas di discarica, che quindi resta fuori dal meccanismo. Lo stesso vale per il FER 2: l'elenco degli impianti ammessi pubblicato dal GSE comprende biogas di piccola taglia, biomasse, solare termodinamico, eolico off-shore e altre tecnologie innovative, ma nessuna voce dedicata alle discariche.

La conseguenza pratica è semplice. Chi valuta un nuovo impianto di recupero energetico deve costruire il modello economico senza dare per scontata una tariffa incentivante dedicata, e verificare con il GSE l'eventuale regime applicabile al proprio caso. È un motivo in più per partire dagli obblighi di legge e dai dati di campo, non dalla tariffa.

Cosa impone il d.lgs. 36/2003 su captazione e recupero energetico

Il riferimento è l'Allegato 1, punto 2.5, del d.lgs. 36/2003, nel testo modificato dal d.lgs. 121/2020 che ha recepito la direttiva europea 2018/850. Per le novità introdotte dal decreto del 2020 rimandiamo al nostro approfondimento sul d.lgs. 121/2020.

La norma stabilisce tre principi:

  • le discariche che accettano rifiuti biodegradabili devono avere impianti di estrazione del gas che garantiscano la massima efficienza di captazione e il conseguente utilizzo energetico, ove tecnicamente fattibile;
  • la gestione del biogas deve ridurre al minimo il rischio per l'ambiente e per la salute delle persone;
  • la presenza della discarica non deve essere percepibile al di fuori di una ristretta fascia di rispetto.

La captazione è quindi un obbligo di risultato: non basta installare dei pozzi, bisogna dimostrare che il biogas non trova vie di fuga. La dottrina lo conferma. In un contributo pubblicato su Lexambiente, Oreste Patrone ricorda che per le discariche sono obbligatori impermeabilizzazione, drenaggio del percolato, monitoraggio delle acque sotterranee e presidi di captazione del biogas, con l'unica eccezione delle discariche per inerti.

L'obbligo non finisce con la chiusura del sito. Il sistema di estrazione deve restare in funzione finché nella discarica si forma gas, e comunque finché l'ente competente non accerta che non ci sono più rischi per la salute e l'ambiente. Non esiste un termine fisso di trent'anni per il biogas: il termine dipende dalle condizioni del sito. Le fasi e i costi di questo periodo sono descritti nella nostra guida su come mettere in sicurezza una discarica esaurita.

Quando il recupero energetico è previsto e quando basta la torcia

Lo stesso punto 2.5 fissa le condizioni per il recupero energetico. Il riutilizzo energetico è previsto quando il biogas realmente estraibile ha una portata di almeno 100 Nm³/h e il flusso è destinato a durare almeno 5 anni. Sono due condizioni che devono valere insieme: un sito con una portata elevata ma destinata a calare in fretta non soddisfa il requisito.

Quando il recupero non è praticabile, la norma indica le alternative:

Situazione Cosa prevede la norma
Portata ≥ 100 Nm³/h e durata del flusso ≥ 5 anni Recupero energetico del biogas
Recupero energetico non praticabile Combustione in camera dedicata oltre 850 °C, con ossigeno almeno al 3% in volume e tempo di permanenza di almeno 0,3 secondi
Produzione di metano inferiore a 0,001 Nm³/m²/h Ossidazione biologica in sito con biofiltri o coperture biossidative progettate allo scopo

In ogni caso il biogas non può essere lasciato disperdere. Anche quando il recupero energetico non conviene, captazione e trattamento restano obbligatori.

Perché la captazione è prima di tutto un presidio di sicurezza

Una rete di captazione ben progettata protegge le persone e il territorio prima ancora di produrre energia. Nei nostri progetti il criterio di riferimento è mantenere una depressione di almeno 1 mbar sul pozzo più lontano dalla stazione di estrazione. È il punto da cui il biogas comincia a sfuggire quando la rete perde efficienza.

Estrarre di più non significa estrarre meglio. Se si aumenta troppo l'aspirazione, dalla copertura entra aria, con tre effetti in ordine crescente di gravità:

  • il gas si diluisce e perde valore energetico;
  • l'ossigeno blocca i batteri che producono metano e riduce la produzione degli anni successivi;
  • nei casi estremi si possono innescare combustioni sotterranee nel corpo rifiuti.

Ci sono poi due punti deboli che richiedono attenzione costante. Il primo è il bordo vasca, la via di fuga preferenziale del biogas, dove serve una densità di captazione maggiore che al centro. Il secondo sono le condense: un solo tratto di tubazione in contropendenza può bloccare uno o più pozzi senza che scatti alcun allarme.

La norma fissa anche un minimo di controlli. L'Allegato 2 del d.lgs. 36/2003 prevede il monitoraggio di metano, anidride carbonica e ossigeno con cadenza mensile durante la gestione operativa e semestrale dopo la chiusura. Nella pratica la regolazione richiede controlli molto più frequenti, perché l'equilibrio della discarica cambia con le stagioni e con l'assestamento dei rifiuti.

Quanto costa la rete di captazione

Il costo della sola rete si stima a partire dai metri di perforazione. Per le valutazioni preliminari usiamo un parametro di circa 300 euro al metro per pozzi profondi 20 metri, cioè circa 6.000 euro a pozzo. Il numero di pozzi dipende dalla distanza tra un pozzo e l'altro, che a sua volta dipende dalla permeabilità dei rifiuti:

Distanza tra i pozzi Pozzi per ettaro Metri di perforazione Costo indicativo per ettaro
20 m 25 500 m 150.000 €
25 m 16 320 m 96.000 €
30 m 11 220 m 66.000 €

Tra la maglia più fitta e quella più larga il costo più che raddoppia. Ogni pozzo produce tra 5 e 20 Nm³/h a seconda della fase di vita della discarica. Collettori, soffianti, trattamento del gas e torcia sono voci di costo separate. Il metodo completo è spiegato nel nostro articolo su come si dimensiona una rete di captazione del biogas.

Quanto biogas si capta davvero: il caso di Taranto

Prima di progettare bisogna stimare quanto gas produrrà la discarica nel tempo. Tutti i modelli di calcolo tendono però a sovrastimare, perché sono tarati su dati storici e la composizione dei rifiuti in discarica è cambiata molto con la raccolta differenziata.

Per le nostre simulazioni usiamo un modello proprietario, la Curva Bianchi. Oggi sovrastima la produzione, e lo diciamo apertamente: con i correttivi giusti, però, l'andamento nel tempo resta affidabile. Sulla discarica di Taranto, dove sui lotti 1 e 2 abbiamo realizzato circa 400 pozzi su 16 ettari, abbiamo confrontato il modello con i dati reali dal 2006 al 2020. Il biogas effettivamente captato è stato circa l'80% di quanto previsto dalla curva teorica. 

Il dato conta per due motivi. Chi dimensiona un impianto di recupero sulla curva teorica rischia di sovrastimare la produzione e quindi i ricavi. E una rete progettata sui numeri reali mantiene il controllo delle emissioni anche quando la produzione cala. Per capire come evolve il flusso negli anni, vedi il nostro approfondimento su quanto dura la produzione di biogas dopo la chiusura.

Quali autorizzazioni servono

Un impianto di recupero energetico in discarica si muove su due piani. Il primo è quello della discarica, che ha già la propria autorizzazione ambientale con le relative prescrizioni su biogas, emissioni e monitoraggio. Il secondo è quello dell'impianto di produzione di energia.

Per gli impianti a fonti rinnovabili il riferimento è oggi il d.lgs. 190/2024, il cosiddetto Testo unico sulle rinnovabili, in vigore dal 30 dicembre 2024. Ha sostituito la vecchia autorizzazione unica prevista dal d.lgs. 387/2003 con tre regimi: attività libera, procedura abilitativa semplificata (PAS) e autorizzazione unica. A questi si aggiungono, dove previsti, la valutazione di impatto ambientale, la prevenzione incendi con i Vigili del Fuoco e la connessione alla rete elettrica.

Il consiglio pratico è verificare fin dall'inizio quale regime si applica al singolo progetto: i tempi dell'iter autorizzativo pesano quanto la scelta della tecnologia.

Domande frequenti

Il FER X si applica agli impianti a gas di discarica?

No. Il FER X definitivo sostiene fotovoltaico, eolico, idroelettrico e gas residuati dai processi di depurazione. Il gas di discarica è una categoria diversa e non rientra nel meccanismo.

Il recupero energetico del biogas di discarica è obbligatorio?

La captazione è sempre obbligatoria nelle discariche che ricevono rifiuti biodegradabili. Il recupero energetico è previsto quando è tecnicamente fattibile, cioè quando il biogas estraibile ha una portata di almeno 100 Nm³/h e il flusso dura almeno 5 anni.

Posso limitarmi alla torcia?

Sì, quando il recupero energetico non è praticabile. La combustione deve però avvenire in una camera dedicata oltre 850 °C, con ossigeno almeno al 3% e tempo di permanenza di almeno 0,3 secondi. Con produzioni di metano molto basse si può ricorrere all'ossidazione biologica.

Quanto costa una rete di captazione del biogas?

La sola perforazione costa circa 300 euro al metro. Con pozzi da 20 metri si va da circa 66.000 euro per ettaro con pozzi a 30 metri di distanza fino a circa 150.000 euro con pozzi a 20 metri. Collettori, soffianti, trattamento e torcia sono costi aggiuntivi.

Per quanto tempo va gestita la captazione dopo la chiusura?

Finché nella discarica si forma biogas e finché l'ente competente non accerta l'assenza di rischi per la salute e l'ambiente. La legge non fissa un numero di anni per la captazione: il termine dipende dalle condizioni del sito.

 

Nota: le informazioni di questo articolo hanno finalità tecnico-informativa e non sostituiscono pareri legali, autorizzativi o finanziari. Ogni progetto richiede verifica documentale, sopralluoghi e confronto con gli enti competenti.


Autorizzare un impianto biometano in Italia: quali titoli servono e da cosa dipendono i tempi

Autorizzare un impianto biometano in Italia: quali titoli servono e da cosa dipendono i tempi

Per un impianto biometano di taglia industriale il titolo di riferimento è l'autorizzazione unica, la cui conferenza di servizi ha un termine di legge di 120 giorni dalla prima riunione. Se il progetto è sottoposto a VIA e la Regione attiva il PAUR, il procedimento può arrivare fino a cinque anni.

Sopra le soglie di legge serve anche l'Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), che è il documento in cui si concentrano le prescrizioni su odori, rumore, digestato e monitoraggi. 

Ultimo aggiornamento: 18/09/2026   |   Autore: Antonio Bertolotto, ecologo ricercatore con oltre 30 brevetti depositati in ambito ambientale, fondatore di Marcopolo Engineering S.p.A.

1. I termini di legge dell'iter autorizzativo

Un impianto biometano produce metano rinnovabile purificando il biogas. Rientra nel perimetro del Testo Unico sulle Rinnovabili, il D.Lgs. 190/2024, che ha ricondotto i regimi amministrativi a tre: attività libera, procedura abilitativa semplificata (PAS) e autorizzazione unica.

Gli impianti Biometano da Biomasse, FORSU o Agricole o da discarica di taglia industriale ricadono nell'autorizzazione unica. Il procedimento comprende, dove necessarie, anche le valutazioni ambientali previste dal D.Lgs. 152/2006.

I termini fissati dalla norma sono due. La conferenza di servizi dell'autorizzazione unica va conclusa entro 120 giorni dalla prima riunione, con una sospensione massima di 60 giorni in caso di verifica di assoggettabilità a VIA o di 90 giorni in caso di VIA. Se invece la Regione attiva il provvedimento autorizzatorio unico regionale (PAUR) per un progetto soggetto a VIA, il procedimento non può superare i tre anni dal suo avvio, o dall'avvio della verifica di assoggettabilità a VIA quando prevista.

Sono termini di legge, non stime. Quello che li allunga nella pratica è altro: richieste di integrazione, varianti in corso d'istruttoria, prescrizioni non chiuse.

Procedimento Termine Quando si applica
Conferenza di servizi (autorizzazione unica) 120 giorni Procedimento ordinario ai sensi del D.Lgs. 190/2024
PAUR con VIA Fino a 2 anni Dall'avvio del PAUR o della verifica di assoggettabilità a VIA

 

2. Quali autorizzazioni servono davvero

Un impianto biometano mette insieme più profili di tutela: rifiuti, emissioni in atmosfera e odori, scarichi idrici, sicurezza antincendio e atmosfere esplosive.

Il modo più efficace per evitare istruttorie che procedono a zig-zag è allineare tutti i titoli in un'unica checklist già al primo deposito.

L'AIA quasi sempre serve

Per gli impianti da Biomasse l'Allegato VIII alla Parte Seconda del D.Lgs. 152/2006 assoggetta ad AIA il recupero di rifiuti non pericolosi con trattamento biologico negli impianti con capacità superiore 75 tonnellate al giorno. La soglia sale a 100 tonnellate al giorno solo quando l'attività consiste unicamente nella digestione anaerobica.

Un impianto da 50.000 t/anno lavora in media circa 137 tonnellate al giorno. È oltre entrambe le soglie.

Per gli impianti da discarica vanno verificate le curve di produzione e la media di abbancamenti annui autorizzati nell’AIA della discarica 

La checklist dei titoli

  • Verifica di assoggettabilità a VIA o VIA, in base a localizzazione, capacità e soglie applicabili.
  • Autorizzazione unica FER tramite conferenza di servizi, oppure PAUR se la Regione lo attiva per progetti soggetti a VIA.
  • AIA, con quadro emissivo, applicazione delle migliori tecniche disponibili (BAT) e Piano di Monitoraggio e Controllo.
  • Emissioni in atmosfera e scarichi idrici: in un'installazione soggetta ad AIA non sono titoli autonomi, ma vengono disciplinati dalle sue prescrizioni.
  • Raccolta delle acque meteoriche delle nuove superfici impermeabilizzate, oggi espressamente richiesta dal Testo Unico Rinnovabili.
  • Prevenzione incendi (SCIA e CPI con i Vigili del Fuoco) e valutazione ATEX per le zone con presenza di biogas e biometano.
  • Operazioni di recupero rifiuti (ad esempio R3) e tracciabilità dei flussi in ingresso e in uscita.

3. Perché l'AIA è il vero collo di bottiglia

L'approccio più diffuso è concentrarsi sull'autorizzazione unica e trattare l'AIA come un passaggio tecnico successivo. Nei progetti FORSU è un errore.

È l'AIA a contenere le prescrizioni su odori, rumore, digestato, acque e monitoraggi: esattamente i temi che generano la maggior parte delle richieste di integrazione da parte di ARPA, Provincia e Regione.

In Marcopolo Environmental Group, gruppo internazionale specializzato nella valorizzazione industriale sostenibile di rifiuti e sottoprodotti, consideriamo decisivo il Piano di Monitoraggio e Controllo, l'allegato operativo dell'AIA. Un piano completo rende misurabile il rispetto delle condizioni e sposta il confronto con gli enti dal piano interpretativo a quello dei dati.

I controlli che il piano deve coprire sono:

  • emissioni in atmosfera;
  • emissioni acustiche;
  • consumi di combustibili, chemicals e altri materiali di processo;
  • analisi dei reflui;
  • analisi del biogas e del biometano prodotti e consumati.

Quando il piano è scritto come documento eseguibile, cioè indica chi misura, che cosa, con quale frequenza e con quale metodo, l'istruttoria ha meno punti aperti.

Per un impianto che deve restare in esercizio quindici anni sotto tariffa incentivante, questo piano non è un adempimento formale: è lo strumento con cui si dimostra ogni giorno che l'impianto non produce inquinamento di falde, aria e clima acustico.

4. Cosa determina i tempi, oltre alla norma

I tempi reali dipendono più dalle caratteristiche del progetto che dal regime applicabile. Tre variabili pesano più delle altre.

Matrice in ingresso

Un impianto che tratta FORSU e deve gestire il digestato, come fertilizzante o come rifiuto, apre più sub-istruttorie rispetto a un impianto agricolo alimentato con reflui e sottoprodotti.

Completezza del quadro emissivo

Camini, emissioni diffuse e odori incidono direttamente sui pareri di ARPA, ASL e Vigili del Fuoco. Un quadro incompleto è una delle cause più frequenti di sospensione dei termini.

Completezza documentale

La vera data zero del cronoprogramma non è il deposito dell'istanza, ma la verifica di completezza della documentazione. Ogni integrazione sposta in avanti tutte le fasi successive.

Lo stesso principio vale per ogni sito ambientale regolato, dalle discariche in post-gestione agli impianti di recupero. Per un confronto su un procedimento ambientale complesso si veda la nostra analisi su come mettere in sicurezza una discarica esaurita: fasi, tempi e costi reali.

5. La taglia dell'impianto incide sull'iter

Partire piccoli per semplificare l'autorizzazione sembra prudente, ma per le Biomasse spesso non lo è. L'iter ha costi fissi, tra studi specialistici, monitoraggi e oneri istruttori, che non scalano con la taglia. A questi si sommano i costi industriali di pretrattamento, controllo degli odori e raffinazione del biogas.

L'impianto tipo che progettiamo oggi adotta la digestione anaerobica umida mesofila, cioè un processo biologico condotto a 38–40 °C, e tratta almeno 50.000–60.000 t/anno di Biomasse. A questa scala la produzione è di circa 1.050 Nm³/h di biogas al 55% di metano, di cui circa 390 Smc/h vengono immessi in rete come biometano.

Parametri industriali stabili permettono di impostare il Piano di Monitoraggio e le prescrizioni su odori, rumore ed emissioni su valori coerenti con l'esercizio reale, riducendo le varianti in corso d'opera.

La taglia giusta dipende comunque dal bacino di conferimento, dalla tariffa di ingresso e dal regime incentivante. Configurazioni e rese sono descritte nell'approfondimento su come si progetta un impianto biometano da FORSU con digestione anaerobica e compostaggio.

Parametro Valore tipico Perché conta per l'autorizzazione
Taglia  50.000–60.000 t/anno Distribuisce i costi fissi di iter e controlli
Capacità giornaliera circa 137–164 t/giorno Supera le soglie AIA di 75 e 100 t/giorno
Biogas prodotto circa 1.050 Nm³/h Dimensiona upgrading e monitoraggi
Tenore di metano 55% Incide sulle specifiche del biometano
Biometano in rete circa 390 Smc/h Determina la forma della tariffa incentivante

 

6. Odori: la conformità si dimostra con i dati

Gli odori sono il tema che preoccupa di più le comunità locali ed è anche quello su cui un'istruttoria si allunga più facilmente. Per gli impianti di trattamento rifiuti il riferimento europeo sono le conclusioni sulle migliori tecniche disponibili per il trattamento dei rifiuti, adottate con la Decisione di esecuzione (UE) 2018/1147.

Il nostro approccio è progettare per una conformità misurabile: confinare le aree critiche, pianificare campagne di misura periodiche e scegliere i presidi di abbattimento sulla base dei dati raccolti.

Un caso di esercizio aiuta a capire il metodo. Su un nostro impianto di biogas agricolo, che non è una linea FORSU, in fase autorizzativa gli enti avevano prescritto uno scrubber ad acqua e un biofiltro a due letti filtranti: un investimento di 315.070 euro sostenuto tra il 2009 e il 2011.

Negli anni successivi abbiamo dimostrato il rispetto dei limiti previsti con una combinazione diversa: buone pratiche gestionali, un sistema di nebulizzazione a noleggio e l'impiego di formulati biotecnologici. Scrubber e biofiltro oggi non vengono più utilizzati, con un risparmio energetico significativo, e sull'impianto non si sono mai verificate segnalazioni odorigene attribuibili all'esercizio.

La lezione non è che i presidi di abbattimento siano superflui: su un impianto restano parte integrante del progetto. È che il monitoraggio continuo permette di scegliere il presidio giusto e di dimostrare, con i numeri, che l'impianto non crea disagio a chi vive intorno.

7. Biometano o energia elettrica: una scelta che cambia l'iter

Oggi è in genere economicamente preferibile valorizzare il biogas come biometano anziché come energia elettrica in cogenerazione. La scelta cambia anche il perimetro autorizzativo: entrano in gioco la sezione di upgrading, i requisiti di qualità del gas, il punto di consegna alla rete e le emissioni residue del trattamento.

Pesa anche il mercato. Per esempio nel Nord Italia la tariffa di conferimento della FORSU è passata in media da circa 100 euro/t a circa 40 euro/t negli ultimi dieci anni. Con ricavi da conferimento più bassi diventano centrali la stabilità degli incentivi, l'efficienza energetica e la valorizzazione del digestato come compost. Per le Biomasse agricole è aumentato del 30%, mentre la discarica non risente di queste tipologie di problemi.

Il quadro incentivante 2026, compresa la soglia di 250 Smc/h che determina la forma della tariffa, è descritto nel nostro approfondimento sull'impianto biometano da FORSU, e si può applicare anche alle biomasse agricole.

Un business plan coerente con le prescrizioni AIA tiene conto anche del bilancio emissivo complessivo: si vedano il Bilancio CO₂ del Gruppo e gli studi sulla conversione della CO₂.

8. Come ridurre i tempi senza aumentare il rischio ambientale

Ridurre i tempi significa ridurre le sospensioni, non comprimere le valutazioni. La strategia più efficace è trasformare il progetto in un pacchetto autorizzativo completo e verificabile prima del deposito.

  1. Checklist unica dei titoli. VIA o verifica di assoggettabilità, autorizzazione unica o PAUR, AIA, recupero rifiuti, acque meteoriche, prevenzione incendi, ATEX.
  2. Piano di Monitoraggio come allegato chiuso. Ogni controllo con metodo, frequenza e responsabile già definiti.
  3. Scelta tra biometano ed elettricità prima del deposito. Cambiarla durante l'iter può comportare una variante sostanziale.
  4. Odori progettati per la conformità misurabile. Confinamenti, campagne di misura e presidi dimensionati sui dati.
  5. Pre-consultazione tecnica con Regione o Provincia, ARPA, gestore della rete gas e Vigili del Fuoco, per allineare le aspettative prima del deposito.

Ogni integrazione che modifica layout, emissioni o gestione del digestato può riaprire la catena dei pareri. Per questo autorizzazione unica e AIA vanno gestite come un unico sistema di decisione, non come due pratiche parallele.

Nota metodologica

I valori di produzione indicati, cioè taglia, portata di biogas, tenore di metano e biometano immesso in rete, sono dati di progetto Marcopolo riferiti alla produzione nominale. L'andamento della tariffa di conferimento è un dato interno Marcopolo riferito al Nord Italia.

I dati sulla gestione degli odori si riferiscono a un impianto di biogas agricolo del gruppo, non a una linea FORSU, e sono indicati come tali nel testo. Ogni valutazione su un progetto specifico richiede un inquadramento preliminare con l'autorità competente.

Domande frequenti

Quali autorizzazioni servono per un impianto biometano da FORSU?

Il titolo principale è l'autorizzazione unica, o il PAUR quando la Regione lo attiva per progetti soggetti a VIA. A questo si affiancano l'AIA sopra le soglie di legge, il titolo per le operazioni di recupero rifiuti, la gestione delle acque meteoriche, la prevenzione incendi e la valutazione ATEX.

Quanto dura la conferenza di servizi?

Il termine di legge è di 120 giorni dalla prima riunione, sospeso fino a 60 giorni in caso di verifica di assoggettabilità a VIA o fino a 90 giorni in caso di VIA.  Se il progetto passa attraverso il PAUR con VIA, il procedimento può arrivare fino a due anni dal suo avvio o dall'avvio della verifica di assoggettabilità. 

Un impianto biometano da FORSU deve avere l'AIA?

Quasi sempre sì. L'AIA è richiesta per il recupero di rifiuti non pericolosi con trattamento biologico oltre le 75 tonnellate al giorno, soglia che sale a 100 tonnellate se l'impianto fa solo digestione anaerobica. Un impianto da 50.000 t/anno tratta circa 137 tonnellate al giorno.

Serve sempre la verifica di assoggettabilità a VIA?

No, dipende da localizzazione, capacità e soglie applicabili. Quando è richiesta, il suo esito condiziona il percorso successivo. L'inquadramento corretto si definisce con un'analisi preliminare e il confronto con l'autorità competente.

Qual è l'errore più comune che fa slittare l'istruttoria?

Avviarla con elaborati incompleti e senza un Piano di Monitoraggio e Controllo eseguibile. Ne derivano richieste di integrazione su emissioni, odori, rumore e gestione del digestato, e ogni integrazione rilevante sposta in avanti i termini.

Se passo da produzione elettrica a biometano durante l'iter devo rifare le autorizzazioni?

Spesso serve una variante sostanziale, perché cambiano layout, consumi, analisi del gas, emissioni residue e rapporti con il gestore di rete. Conviene decidere prima del deposito del progetto.

Da cosa dipendono i costi della parte autorizzativa?

Soprattutto dal numero di studi specialistici richiesti, su odori, rumore, traffico e suolo, e dal numero di integrazioni. Un dossier completo al primo deposito è la leva principale per contenerli.


Emissioni odorigene negli impianti di trattamento rifiuti: come si misurano e come si riducono

Emissioni odorigene negli impianti di trattamento rifiuti: come si misurano e come si riducono

Le emissioni odorigene di un impianto di trattamento rifiuti si misurano con l’olfattometria dinamica secondo la norma UNI EN 13725:2022, che esprime l’odore in unità odorimetriche europee (ouE/m³). La misura diventa difendibile in autorizzazione solo se si distinguono due grandezze: la concentrazione alla sorgente e l’impatto presso i recettori. In più, i risultati vanno collegati ai parametri di esercizio dell’impianto. Nella nostra esperienza, ad esempio su un impianto di biogas agricolo del gruppo, la riduzione delle molestie è dipesa più dalla gestione ottimale che dalla dimensione del sistema di abbattimento.

 

Ultimo aggiornamento: 18/09/2026 | Autore: Antonio Bertolotto, ecologo ricercatore con oltre 30 brevetti depositati in ambito ambientale, fondatore di Marcopolo Engineering Spa.

1. Perché le emissioni odorigene sono un tema di tutela ambientale e di sicurezza

Il D.Lgs. 152/2006 definisce le emissioni odorigene come emissioni convogliate o diffuse aventi effetti di natura odorigena (art. 268). Per i rifiuti, l’art. 177 chiede da sempre una gestione che non causi inconvenienti da rumori o odori. Per anni, però, la norma nazionale non ha offerto criteri quantitativi: il vuoto è stato colmato prima dalle Regioni e poi dall’art. 272-bis. Il documento tecnico SNPA 2025 sulle emissioni odorigene ricostruisce questa evoluzione.

Negli impianti che trattano matrici organiche, l’odore nasce quasi sempre da processi anaerobici non controllati. SNPA individua le principali famiglie di composti odorigeni e le associa alle condizioni che le generano:

Composti Odore tipico Dove si formano
Idrogeno solforato (H₂S) Uova marce Degradazione di cisteina e metionina in anaerobiosi
Mercaptani, dimetilsolfuro Cavolo o vegetali in decomposizione Condizioni anaerobiche spinte
Ammoniaca e ammine Pungente, di pesce Deaminazione in anaerobiosi
Acidi grassi volatili Rancido Ossidazione incompleta dei lipidi

Per questo l’odore non riguarda solo il comfort. Alcuni di questi composti, come l’H₂S, sono anche tossici per chi lavora in impianto. A concentrazioni elevate l’H₂S può inoltre inibire la percezione olfattiva: l’assenza di odore percepito non è mai un indicatore di sicurezza. La stessa SNPA raccomanda di conoscere in anticipo la presenza di composti tossici, a tutela sia dell’operatore che preleva sia del panel che analizza. Per il biogas di discarica, il riferimento tecnico su sicurezza e ambiente è il rapporto UNI/TR 11917:2023, di cui parliamo nell’approfondimento sulla messa in sicurezza delle discariche esaurite.

2. Da quali sorgenti nascono gli odori in un impianto rifiuti

Le sorgenti si dividono in tre famiglie, e la terza è quella che più spesso sfugge ai piani di controllo:

  • Puntuali (convogliate). Camini, uscite di biofiltri e scrubber, torce. Hanno portata nota e sono le più semplici da campionare.
  • Diffuse (areali). Cumuli, vasche, superfici di biofiltri aperti, stoccaggi di digestato.
  • Fuggitive. Portoni lasciati aperti, tramogge, nastri, giunti, pozzi di captazione non in depressione, bordo vasca in discarica.
Tipologia di impianto Sorgenti tipiche più critiche Leva principale
Linea FORSU (digestione anaerobica + compostaggio) Ricezione, pretrattamento, maturazione aerobica, aria dei capannoni Confinamento, stabilizzazione anaerobica prima dell’aerobiosi, biofiltrazione
Biogas agricolo Stoccaggi di biomasse e digestato, movimentazione Tempi di giacenza, coperture, pulizie, misure mirate
Discarica Superfici non coperte, bordo vasca, pozzi non in depressione Rete di captazione del biogas e sua regolazione

Nelle linee integrate FORSU, la digestione anaerobica stabilizza la biomassa prima della fase aerobica. Così riduce la biomassa reattiva e la portata d’aria da trattare, come spieghiamo nell’articolo su come si progetta un impianto biometano da FORSU. La conseguenza progettuale è che l’odore si previene soprattutto a monte nello stoccaggio delle biomasse, nel processo, e solo in parte a valle, nel trattamento dell’aria.

3. Come si misurano le emissioni odorigene: l’olfattometria dinamica

L’olfattometria dinamica è una misura sensoriale. Il campione gassoso viene diluito progressivamente con aria inodore e presentato a un panel di esaminatori selezionati, fino alla diluizione alla quale l’odore è percepito dal 50% del panel (soglia di percezione). Il numero di diluizioni necessarie dà la concentrazione di odore. SNPA fa questo esempio: un campione che va diluito 500 volte per smettere di essere percepito dal 50% del panel ha una concentrazione di 500 ouE/m³.

La norma di riferimento è la UNI EN 13725:2022, che ha sostituito la versione del 2003. Per convenzione, 1 ouE equivale a 123 microgrammi di n-butanolo in 1 m³ di aria inodore, come ricorda AgroNotizie. 

Tre regole di campionamento fanno la differenza tra un dato utilizzabile e uno contestabile. Tutte sono riportate dal documento tecnico SNPA 2025 sulla base degli indirizzi ministeriali:

  1. Concentrazione e portata vanno insieme. Per una sorgente, la sola concentrazione non basta: moltiplicata per la portata d’aria dà la portata di odore (ouE/s). È questo il dato che entra nei modelli di dispersione.
  2. Il campione deve rappresentare l’esercizio reale. Per un’emissione costante servono almeno 3 prelievi in un intervallo di almeno 30 minuti. Per un’emissione variabile si campiona il momento più critico, oppure più momenti se interessa la variabilità.
  3. Le emissioni calde o umide vanno prediluite. Sopra il 90% di umidità relativa o i 50 °C si rischia la condensa nel sacchetto, e con essa l’alterazione del campione.

L’olfattometria non lavora da sola. SNPA la affianca alla caratterizzazione chimica e ai sistemi strumentali in continuo (IOMS, i cosiddetti “nasi elettronici”). Indica inoltre il monitoraggio di parametri surrogati, come H₂S e NH₃ oppure il metano per le discariche. Infine prevede la raccolta sistematica delle segnalazioni della popolazione, correlata ai dati meteo.

4. Emissione e recettore: i due numeri da non confondere

L’errore più frequente, anche nei documenti tecnici, è confrontare un valore misurato al camino con un criterio pensato per le abitazioni vicine. Le due grandezze differiscono di ordini di grandezza. SNPA descrive un’evoluzione normativa dai valori limite alle sorgenti verso criteri di accettabilità definiti presso i recettori.

Dove si misura Ordine di grandezza Esempi di riferimento
Alla sorgente (camino, uscita biofiltro) Centinaia di ouE/m³ Abruzzo, DGR 400/2004: 300 ouE/m³ per gli impianti di trattamento dei rifiuti urbani. Lombardia, DGR 12764/2003: 300 ouE/m³ per gli impianti di compostaggio. Emilia-Romagna, DGR 1495/2011: valore guida di 400 ouE/m³ per i trattamenti del digestato negli impianti biogas.
Presso i recettori (abitazioni, aree sensibili) Poche unità di ouE/m³ Emilia-Romagna (LG 35/DT) e Provincia di Trento: criteri tra 1 e 4 ouE/m³, differenziati per destinazione d’uso e distanza. Puglia (L.R. 32/2018): valori al 98° percentile delle concentrazioni orarie di picco.

Il collegamento tra i due livelli lo fa la modellistica di dispersione. Si parte dalla portata di odore misurata alla sorgente, si simula la ricaduta sul territorio e si verifica il rispetto dei criteri ai recettori. Per questo un valore “basso” al camino non basta: una sorgente fuggitiva non caratterizzata può produrre più impatto di un camino conforme.

5. Cosa prevede la normativa oggi

Il quadro nazionale ruota attorno all’art. 272-bis del D.Lgs. 152/2006, introdotto dal D.Lgs. 183/2017. La norma consente a Regioni e autorizzazioni di prevedere diverse misure per gli odori:

  • valori limite in concentrazione di sostanze;
  • prescrizioni impiantistiche e gestionali;
  • criteri localizzativi;
  • portate o concentrazioni massime di odore in ouE/m³ o ouE/s.

I criteri applicativi sono fissati dal Decreto direttoriale MASE n. 309 del 28 giugno 2023. I suoi cinque allegati tecnici coprono studi di dispersione, campionamento olfattometrico, percezione del disturbo, caratterizzazione chimica e IOMS. Gli indirizzi si applicano:

  • in via diretta agli stabilimenti in AUA o con autorizzazione alle emissioni;
  • in via indiretta, come criterio di tutela nell’istruttoria, alle installazioni in AIA;
  • anche quando l’autorizzazione alle emissioni è assorbita in autorizzazioni uniche per rifiuti o fonti rinnovabili.

Sul piano tecnico, il riferimento per gli enti di controllo è il documento SNPA “Emissioni odorigene: elementi di riferimento e approcci metodologici per il monitoraggio” (Delibera n. 268/2025), che aggiorna la precedente Delibera 38/2018.

Per le discariche vale in più una regola specifica. Il D.Lgs. 36/2003, nell’Allegato 1, punto 2.5, chiede che la presenza della discarica non sia percepibile al di fuori di una ristretta fascia di rispetto. L’art. 13, comma 6-bis, subordina la fine della gestione post-operativa alla dimostrazione che l’impatto ambientale delle emissioni residue di biogas sia trascurabile, anche olfattivo.

Un orientamento giurisprudenziale chiarisce il senso di tutto questo. Secondo la Cassazione (sent. n. 20204/2021, riportata da SNPA), per un’attività autorizzata e conforme la molestia va valutata sulla “normale tollerabilità”, ma solo a condizione che l’azienda abbia adottato gli accorgimenti tecnici ragionevolmente utilizzabili per abbattere l’impatto delle emissioni. Rispettare il limite non basta: bisogna dimostrare di aver adottato gli accorgimenti tecnici ragionevolmente utilizzabili per abbattere l'impatto delle emissioni. 

6. Il Piano di Monitoraggio e Controllo: trasformare l’odore in indicatori

Gli impianti che trattano rifiuti, sia di biogas da discarica sia di FORSU in digestione anaerobica, operano con un Piano di Monitoraggio e Controllo (PMC) allegato all’AIA. Il PMC prescrive controlli su emissioni in atmosfera, emissioni acustiche, consumi di combustibili e chemicals, reflui e analisi di biogas e biometano. In fase di rilascio, rinnovo o riesame, le Agenzie regionali esprimono il proprio parere sulle modalità di monitoraggio proposte dal gestore, come descrivono le Linee guida SNPA 48/2023.

Per l’odore, un PMC ben costruito collega il dato olfattometrico alle variabili che lo spiegano:

Elemento del PMC Dati raccolti Decisione che abilita
Campagne di olfattometria (UNI EN 13725:2022) ouE/m³, portata di odore, condizioni di esercizio al prelievo Verifica di conformità, priorità di intervento
Registro delle segnalazioni Data, ora, area, meteo, fase di processo in corso Correlazione tra eventi e attività di impianto
Captazione aria e biogas Portate, depressioni, ore di fermo Individuazione di perdite fuggitive
Analisi del biogas CH₄, CO₂, O₂, H₂S Rischio odorigeno e rischio per la sicurezza
Manutenzioni e consumi Interventi, energia, materiali filtranti Costi e benefici delle soluzioni adottate

Quanto alla frequenza, le norme regionali danno riferimenti concreti. Per gli impianti biogas l’Emilia-Romagna (DGR 1495/2011) prevede un piano di monitoraggio degli odori e campagne sia alle sorgenti sia a monte e a valle dell’impianto. Prevede inoltre 2 autocontrolli l’anno, con eventuale approfondimento modellistico.

7. Discarica: l’odore si governa con la rete di captazione

In discarica il biogas è insieme la principale fonte di odore e il principale vettore di rischio. Per questo la prima leva non è un trattamento a valle ma la rete di estrazione, che deve impedire al gas di trovare vie di fuga.

Nei nostri progetti il criterio di verifica è mantenere almeno 1 mbar di depressione sul pozzo più lontano dalla stazione di estrazione, per evitare che il biogas si disperda in atmosfera. È il primo punto da cui il biogas sfugge in atmosfera quando le perdite di carico crescono. La maglia dei pozzi ha un passo tra 20 e 30 metri, pari a 11–25 pozzi per ettaro, poi adattata alla morfologia della discarica, di solito aggiungendo qualche pozzo. La depressione generale a monte delle soffianti varia con l’età del rifiuto: 10–15 mbar in fase di massima produzione, fino a 100–120 mbar in fase terminale. Il dimensionamento è spiegato nell’approfondimento sulla captazione del biogas da discarica. 

Tre punti deboli spiegano la maggior parte delle molestie diffuse:

  • Il bordo vasca. Lungo il contatto tra rifiuto e sponda la permeabilità è maggiore e la depressione arriva attenuata: è la via preferenziale di fuga. Una rete corretta al centro ma scoperta al bordo produce proprio emissioni percepibili al confine.
  • Le condense. Un solo tratto di tubazione in contropendenza crea un tappo idraulico che azzera la portata di uno o più pozzi, senza guasti visibili e senza allarmi.
  • L’aspirazione eccessiva. Richiama aria attraverso la copertura, diluisce il gas, inibisce i batteri metanigeni e nei casi estremi può innescare combustioni sotterranee.

La prova che la gestione della rete conta più della biologia viene dalla discarica di Taranto. Nel periodo 2007–2020 la resa di captazione rispetto alla curva teorica è passata dal 45% al 96%, con una resa di periodo dell’80,6%. Dal 2013 al 2020 non è mai scesa sotto l’80%. I dati completi sono nell’articolo su quanto dura il biogas in discarica dopo la chiusura.

Il presidio del gas accompagna il sito per tutta la vita del biogas. La Corte di Cassazione ha affermato che le emissioni di biogas vanno regolate durante tutto l’esercizio, non solo a discarica esaurita. Quando la portata residua scende su valori dell’ordine di 20–30 Nm³/h, la valorizzazione energetica smette di essere sostenibile. Si passa allora a biofiltrazione o torce a bassa portata. Sotto 0,001 Nm³/m²/h di metano la norma consente l’ossidazione biologica in situ, con biofiltri o coperture biossidative.

8. Biofiltri, scrubber e nebulizzazione: come scegliere

Il documento SNPA 2025 descrive un ventaglio di tecnologie di abbattimento: captazione ed estrazione, adsorbimento, scrubbing umido, biofiltrazione, biotrickling, bioscrubber, ossidazione termica e catalitica, neutralizzazione degli odori. Nessuna è migliore in assoluto. Conta l’abbinamento con la sorgente:

Soluzione Principio Quando è adatta Attenzione a
Scrubber a umido Lavaggio chimico-fisico dell’aria Flussi convogliati con composti solubili (es. NH₃) Reagenti, gestione dei reflui di lavaggio
Biofiltro Ossidazione biologica su letto filtrante Flussi convogliati continui e stabili, aria dei capannoni Umidità e carico del letto, consumi dei ventilatori
Neutralizzazione per nebulizzazione Dosaggio di formulati sulle aree emissive Sorgenti diffuse e picchi operativi Non sostituisce il trattamento di flussi concentrati e continui
Captazione e confinamento Mettere in depressione le aree emissive Sempre, come prima misura È il prerequisito di tutte le altre

Anche l’energia pesa sulla scelta. Negli impianti FORSU in produzione di biometano stimiamo 1,5–2 kWh per Smc di biometano sull’intera filiera, perimetro che include la biofiltrazione dell’aria dei capannoni. Ogni presidio sovradimensionato rispetto al rischio reale è energia consumata, quindi emissioni indirette. La scelta giusta è quella proporzionata alla sorgente e verificata con misure.

9. Il caso di un impianto di biogas agricolo del gruppo

Il caso riguarda un nostro impianto di biogas agricolo, non una linea FORSU. In fase autorizzativa gli enti avevano prescritto uno scrubber ad acqua e un biofiltro a due letti filtranti. L’investimento è stato di 315.070 euro, sostenuto tra marzo 2009 e maggio 2011.

Negli anni successivi abbiamo dimostrato il rispetto dei limiti con un approccio diverso, basato su tre elementi:

  • buone pratiche gestionali;
  • un sistema di nebulizzazione a noleggio;
  • l’impiego di formulati biotecnologici.

Scrubber e biofiltro sono stati dismessi, con un risparmio energetico significativo.

Periodo Voce Importo
2009–2011 Acquisto scrubber e biofiltro 315.070 €
2023 Consulenza emissioni odorigene + noleggio nebulizzazione 35.460 €
2024 Noleggio sistema di nebulizzazione 11.820 €
2025 Noleggio sistema di nebulizzazione 11.820 €
gen–lug 2026 Noleggio sistema di nebulizzazione 6.895 €

Sull’impianto non si sono mai verificate segnalazioni odorigene attribuibili all’esercizio. Le uniche segnalazioni risalgono a un periodo precedente l’entrata in funzione ed erano riconducibili ad allevamenti zootecnici della zona.

La lezione non è che scrubber e biofiltri siano superflui. Il presidio odorigeno va calibrato sulla sorgente reale e verificato con misure. Qualsiasi modifica ai presidi prescritti va condivisa con l’autorità competente e sostenuta da dati olfattometrici. È esattamente il tipo di “accorgimento tecnico ragionevole” che la giurisprudenza chiede di poter dimostrare.

10. Come leggere un report olfattometrico e trasformarlo in decisioni

Un valore in ouE/m³ senza contesto è debole in conferenza di servizi. Diventa una decisione quando è legato a cosa stava succedendo in impianto al momento del prelievo. La sequenza che applichiamo è questa:

  1. Classificare la sorgente: puntuale, diffusa o fuggitiva.
  2. Verificare il riferimento corretto: limite all’emissione o criterio al recettore, senza confrontare grandezze diverse.
  3. Associare i parametri di processo: fase di carico, portate e depressioni di captazione, fermate, pulizie, tenuta dei portoni.
  4. Fissare nel PMC le soglie di intervento sui parametri che anticipano l’odore, ad esempio la caduta di depressione su un gruppo di pozzi.
  5. Chiudere il ciclo con una nuova campagna dopo ogni intervento correttivo.

Nel nostro portafoglio di gestione biogas e post-gestione, 55 contratti su circa 43 siti in 13 regioni dal 1993, la regola si è confermata: portata, depressione ai pozzi, metano e livello del percolato nei pozzi sono gli indicatori che anticipano le fughe diffuse e le segnalazioni per odori. L’impostazione complessiva del gruppo è descritta nella pagina Marcopolo Environmental Group.

Domande frequenti

Che differenza c’è tra un limite all’emissione e un criterio al recettore?

Il limite all’emissione si misura alla sorgente, per esempio all’uscita di un biofiltro, ed è dell’ordine delle centinaia di ouE/m³ (300 ouE/m³ in diverse norme regionali per compostaggio e rifiuti urbani). Il criterio al recettore riguarda le aree abitate ed è dell’ordine di poche unità: in alcune linee guida regionali è tra 1 e 4 ouE/m³. Si collegano con i modelli di dispersione.

Con che frequenza va ripetuta l’olfattometria?

La frequenza la fissano l’autorizzazione e il PMC. Come riferimento, le norme dell’Emilia-Romagna per gli impianti biogas prevedono 2 autocontrolli l’anno, con campagne alle sorgenti e a monte e a valle dell’impianto. In ogni caso va ripetuta dopo modifiche impiantistiche e dopo interventi correttivi, per verificarne l’efficacia.

Che cosa rende difendibile un risultato di olfattometria?

Un campionamento conforme alla UNI EN 13725:2022, rappresentativo dell’esercizio reale (almeno 3 prelievi in 30 minuti per emissioni costanti), con la portata di odore e non solo la concentrazione. Serve anche la documentazione delle condizioni di processo al momento del prelievo, che rende il valore spiegabile e confrontabile nel tempo.

Qual è l’errore più comune in discarica?

Trattare l’odore solo a valle e trascurare la rete di captazione. Servono una depressione di almeno 1 mbar sul pozzo più sfavorito, attenzione al bordo vasca e alle condense, e una regolazione che eviti di richiamare aria dalla copertura.

La nebulizzazione può sostituire scrubber e biofiltri?

Non sempre. È efficace su sorgenti diffuse e picchi operativi, ma sui flussi convogliati, concentrati e continui scrubber e biofiltri restano più adatti. La scelta dipende da matrice, portate, confinamento e prescrizioni autorizzative. Ogni modifica ai presidi prescritti va condivisa con l’autorità competente e verificata con una campagna olfattometrica.

L’odore è un buon indicatore di rischio per i lavoratori?

No. Composti come l’H₂S sono odorigeni e tossici, ma a concentrazioni elevate possono inibire la percezione olfattiva. La sicurezza si governa con misure strumentali (H₂S, CH₄, O₂) e procedure dedicate, non con il naso.

Nota metodologica

I valori indicati come dati di esercizio o di progetto Marcopolo derivano dai progetti e dai contratti di gestione del gruppo: parametri della rete di captazione, serie storica di Taranto 2007–2020, consumi della filiera FORSU, costi del caso agricolo e portafoglio contratti. I dati del caso di biogas agricolo non si riferiscono a una linea FORSU. I valori di riferimento normativi e regionali sono tratti dai documenti istituzionali collegati nel testo e vanno sempre verificati sull’autorizzazione del singolo impianto.


Qualità del compost: parametri, limiti di legge e controlli sull’ammendante compostato misto

Qualità del compost: parametri, limiti di legge e controlli sull’ammendante compostato misto


La qualità del compost è l’insieme verificabile di requisiti agronomici (stabilità, sostanza organica, rapporto C/N), igienico-sanitari (limiti sui patogeni) e merceologici (bassa presenza di plastiche, vetro, metalli e inerti) che permette di immettere il prodotto sul mercato come ammendante ai sensi del
D.Lgs. 75/2010. Non è un esito di fine linea: si costruisce lungo tutta la filiera, dalla qualità della FORSU in ingresso fino alla raffinazione finale.

Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2026 | Autore: Antonio Bertolotto, ecologo ricercatore con oltre 30 brevetti depositati in ambito ambientale, fondatore di Marcopolo Engineering S.p.A.

Questa guida è pensata per responsabili tecnici, HSE manager e plant manager che devono prendere decisioni documentabili su conformità, controlli e prevenzione delle non conformità. L’impostazione con cui affrontiamo il tema è la stessa che guida la nostra filosofia industriale BEBSSS: gli scarti non sono rifiuti da smaltire, ma risorse da riportare al suolo in condizioni di sicurezza.

1. Che cosa si intende per qualità del compost

La qualità del compost è la capacità del prodotto di risultare conforme come fertilizzante, sicuro per l’impiego agronomico e stabile nel tempo. Si misura su quattro famiglie di parametri: chimici (carbonio, pH, organico, frazione umica, rapporto C/N), fisici (umidità, materiali estranei), microbiologici (Salmonella, Escherichia coli) e di contaminazione (metalli pesanti).

Come sintetizza ARPA Veneto, gli ammendanti compostati devono rispettare limiti specifici per i parametri agronomici, ambientali, microbiologici e di stabilità fissati dal decreto sui fertilizzanti. Tradotto in pratica: un compost può essere agronomicamente eccellente e comunque invendibile se supera la soglia sulle plastiche, oppure merceologicamente pulito ma inutilizzabile se non è stabile.

Il prodotto di riferimento per la filiera FORSU è l’ammendante compostato misto (ACM), definito dall’Allegato 2 del D.Lgs. 75/2010 come il prodotto ottenuto da un processo controllato di trasformazione e stabilizzazione di rifiuti organici, tra cui la frazione organica dei rifiuti urbani da raccolta differenziata e il digestato da trattamento anaerobico. È a questa categoria che si riferiscono i limiti riportati di seguito: l’ammendante compostato verde, per esempio, ha requisiti diversi.

2. I parametri di un ammendante compostato misto conforme

I limiti dell’ACM sono contenuti nell’Allegato 2 del D.Lgs. 75/2010, come modificato dal D.M. 10 luglio 2013 pubblicato in Gazzetta Ufficiale. La tabella seguente unisce le soglie normative e la lettura gestionale che ne facciamo in impianto.

Parametro Limite di legge (ACM) Che cosa segnala in impianto
Umidità ≤ 50% Stabilità in stoccaggio e movimentazione
pH 6,0 – 8,8 Compatibilità agronomica
Carbonio organico (s.s.) ≥ 20% Valore come ammendante
Carbonio umico e fulvico (s.s.) ≥ 7% Grado di umificazione raggiunto
Azoto organico (s.s.) ≥ 80% dell’azoto totale Qualità della matrice di partenza
Rapporto C/N ≤ 25 Stabilità biologica e fine maturazione
Plastiche, vetro e metalli ≥ 2 mm (s.s.) ≤ 0,5% Efficacia di preselezione e raffinazione
Inerti litoidi ≥ 5 mm (s.s.) ≤ 5% Qualità del conferimento
Indice di germinazione (diluizione 30%) ≥ 60% Assenza di fitotossicità residua
Salmonella Assente in 25 g di campione t.q. Efficacia dell’igienizzazione
Escherichia coli m = 1.000 CFU/g, M = 5.000 CFU/g Ricontaminazione post-processo

A questi si aggiungono i limiti sui metalli pesanti, espressi in mg/kg di sostanza secca: cadmio ≤ 1,5, mercurio ≤ 1,5, cromo esavalente ≤ 0,5, nichel ≤ 100, piombo ≤ 140, rame ≤ 230, zinco ≤ 500. I valori e i metodi analitici associati sono riepilogati nella documentazione tecnica sul compost di qualità e nei materiali ISPRA sul trattamento biologico dei rifiuti organici.

Due numeri, nella pratica industriale, separano più spesso di altri il lotto vendibile da quello problematico: lo 0,5% di plastiche, vetro e metalli e il C/N ≤ 25. Il primo dipende quasi interamente da ciò che entra in impianto, il secondo da come viene condotta la maturazione.

3. Due normative a confronto: D.Lgs. 75/2010 e Regolamento UE 2019/1009

Il D.Lgs. 75/2010 disciplina i fertilizzanti nazionali. Dal 16 luglio 2022 si affianca a esso il Regolamento (UE) 2019/1009, che armonizza i prodotti fertilizzanti con marcatura CE e regola il compost nella categoria di materiali costituenti CMC 3. L’adesione al regolamento europeo è opzionale: la disciplina nazionale resta valida per il mercato italiano.

La differenza più rilevante per chi gestisce un impianto riguarda proprio le impurità macroscopiche, ed è utile conoscerla prima di impostare un piano di raffinazione orientato all’export.

Impurità macroscopiche ≥ 2 mm D.Lgs. 75/2010 (ACM nazionale) Reg. UE 2019/1009 (CMC 3)
Plastica nessun limite  ≤ 2,5 g/kg s.s. 
Vetro nessun limite  ≤ 3 g/kg s.s.
Metalli  nessun limite ≤ 3 g/kg s.s.
Somma delle impurità macroscopiche ≤ 0,5% s.s. (5 g/kg) ≤ 5 g/kg s.s.
IPA16 non previsto ≤ 6 mg/kg s.s.

Il limite complessivo è lo stesso nei due sistemi, 5 g/kg di sostanza secca. Il regolamento europeo è però più severo perché fissa anche un tetto per ogni singolo materiale: 3 g/kg per vetro e metalli e, dal 16 luglio 2026, 2,5 g/kg per la plastica. Un impianto che punta alla marcatura CE deve quindi progettare la linea di raffinazione su queste soglie, non su quella italiana. Il regolamento prevede una nuova valutazione del limite sulla plastica entro il 16 luglio 2029, per tenere conto dei progressi della raccolta differenziata. La Commissione può inoltre modificare gli allegati con atti delegati, e quindi anche i valori ammessi, per adeguarli al progresso tecnico e scientifico.  

4. La qualità si decide prima del compostaggio

La principale fonte di non conformità non è il processo: è la FORSU contaminata in ingresso. Un sacchetto in plastica tradizionale che entra in linea viene frammentato dai pretrattamenti e diventa progressivamente più difficile da separare, oltre che più visibile nel prodotto finito.

Il dato di sistema aiuta a dimensionare il problema. Secondo il Consorzio Italiano Compostatori, a causa delle impurità presenti nei rifiuti organici la filiera del biowaste produce durante il recupero scarti pari a circa 230 mila tonnellate all’anno, con i relativi oneri di selezione e di avvio a smaltimento.

Il meccanismo economico è a doppio effetto, ed è la ragione per cui la qualità del conferimento è una questione industriale prima che ambientale: peggiore è la FORSU, maggiore è il volume di scarto da smaltire e minore la produzione di biometano. I due effetti agiscono nella stessa direzione sul conto economico e non sono compensabili aumentando la taglia dell’impianto.

Il metodo che adottiamo nei progetti industriali è di conseguenza sbilanciato a monte: pretrattamento dedicato che separa carta, plastica, ferrosi e inerti prima della digestione anaerobica. A valle si corregge poco e si paga molto.

Sul fronte della raccolta, il CIC ricorda che la frazione umida va conferita senza oggetti in vetro, metallo, plastica o lattine, utilizzando sacchetti compostabili certificati secondo la norma UNI EN 13432. 

5. Le analisi di laboratorio: chi può farle e cosa deve dire il referto

Il D.Lgs. 75/2010 prevede che il Ministero dell’agricoltura pubblichi annualmente l’elenco dei laboratori competenti a verificare la conformità dei fertilizzanti. Per il 2026 il riferimento è il decreto ICQRF n. 97158 del 27 febbraio 2026, il cui allegato costituisce l’elenco aggiornato.

Prima di affidare le analisi, conviene verificare tre cose:

  • che il laboratorio sia effettivamente incluso nell’elenco ministeriale dell’anno in corso;
  • che il referto riporti metodo analitico, incertezza di misura e riferimento normativo per ciascun parametro;
  • che i campionamenti siano tracciabili al lotto, perché è sul lotto che si gioca la commerciabilità.

Il referto va letto per blocchi funzionali, non parametro per parametro: identità del prodotto (pH, umidità), sostanza organica e maturazione (C organico, C/N, frazione umica, indice di germinazione), merceologia (plastiche, vetro, metalli, inerti), igiene (Salmonella, E. coli) e sicurezza chimica (metalli pesanti). Il superamento in un blocco ha conseguenze diverse dal superamento in un altro: un problema di maturazione si corregge prolungando la fase aerobica, un problema merceologico no.

Il piano analitico di prodotto va inoltre coordinato, negli impianti soggetti ad AIA, , con il Piano di Monitoraggio e Controllo allegato all’Autorizzazione Integrata Ambientale, che prescrive i controlli su emissioni in atmosfera, emissioni acustiche, reflui e consumi di processo. Sono due sistemi distinti che devono raccontare la stessa storia in caso di verifica.

6. Digestione anaerobica e qualità del compost

Nelle linee integrate la digestione anaerobica precede il compostaggio: la matrice arriva alla fase aerobica già parzialmente stabilizzata e con una minore quantità di biomassa reattiva. Il valore agronomico del prodotto finale, però, non si determina nel digestore, ma nel post-trattamento del digestato: disidratazione, gestione della frazione liquida e compostaggio della frazione solida con strutturante fino all’ottenimento dell’ACM.

Una linea integrata restituisce una resa in compost indicativa del 14–18% sulla FORSU in ingresso. Per le rese energetiche, le taglie, i consumi e il quadro incentivante rimandiamo all’approfondimento dedicato su come si progetta un impianto biometano da FORSU.

La stessa logica vale per gli odori, l’aspetto che più spesso determina il rapporto con il territorio. La stabilizzazione anaerobica riduce la portata d’aria da trattare in fase aerobica; il presidio odorigeno, però, si costruisce con la gestione di processo prima che con l’hardware di abbattimento. Nella sezione dedicata dell’articolo sull’impianto FORSU riportiamo i dati economici di un nostro impianto di biogas agricolo, dove oltre 315.000 euro di scrubber e biofiltro sono stati dismessi grazie a buone pratiche gestionali, formulati biotecnologici e un sistema di nebulizzazione a noleggio da circa 12.000 euro annui, senza segnalazioni odorigene attribuibili all'esercizio. 

Un compost stabile ha infine un effetto diretto sul bilancio ambientale complessivo di impianto, tema che trattiamo nella pagina sul bilancio di CO₂.

7. Che cosa cambia nel 2026 per la qualità della FORSU 

Il Decreto-legge 7 agosto 2026 n. 143 ha introdotto nel Codice dell’ambiente l’obbligo di compostabilità certificata per alcune categorie di imballaggi in plastica monouso, tra cui confezioni per ortofrutta fresca sotto 1,5 kg e imballaggi del settore alberghiero e della ristorazione. Il decreto è in vigore dall’8 agosto 2026 (è in attesa di conversione in legge, prevista entro il 6 ottobre 2026), mentre il regime sanzionatorio specifico si applicherà dal 1° gennaio 2030. Il Consorzio Italiano Compostatori ha ricostruito contenuti e implicazioni del provvedimento per la filiera del riciclo organico.

Per chi gestisce un impianto la ricaduta è concreta: cambia progressivamente la composizione merceologica del materiale che arriva in linea. Va monitorata, perché una quota crescente di materiali compostabili certificati non equivale automaticamente a una FORSU più pulita se la raccolta non distingue tra compostabile certificato e plastica tradizionale.

8. Segnali operativi che anticipano la non conformità

Il referto arriva sempre dopo. Nell’esercizio quotidiano ci sono però indicatori che precedono il dato analitico e consentono di intervenire prima che il lotto sia chiuso.

  • Aumento visivo della frazione estranea in vaglio e raffinazione: anticipa il superamento della soglia sulle plastiche. Richiede un intervento su raccolta, fornitori e preselezione, non sulla sola raffinazione finale.
  • Odori persistenti in maturazione: segnalano instabilità biologica e vanno letti insieme al rapporto C/N. Richiedono revisione di aerazione e miscelazione con strutturante.
  • Variazione del mix di conferimento: un nuovo fornitore o un cambio di circuito di raccolta è il momento in cui aumentare la frequenza dei controlli, non quello in cui mantenerla invariata.

La logica di fondo è la stessa che applichiamo alla messa in sicurezza delle discariche e alle bonifiche: prevenire l’impatto costa meno che correggerlo. Un approfondimento sul quadro normativo dei criteri di ammissibilità dei rifiuti in discarica è disponibile nella nostra analisi del D.Lgs. 121/2020.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra ammendante compostato misto e ammendante compostato verde?

Cambiano le matrici di partenza e, di conseguenza, alcuni limiti. L’ammendante compostato misto deriva da rifiuti organici che possono includere FORSU da raccolta differenziata, digestato da trattamento anaerobico, rifiuti di origine animale e agroindustriali; l’ammendante compostato verde deriva da sole matrici vegetali. Il compost prodotto dalle linee FORSU rientra nella prima categoria.

Cosa succede se un lotto supera i limiti di plastiche o metalli pesanti?

Non può essere commercializzato come fertilizzante ai sensi del D.Lgs. 75/2010. Il prodotto deve essere ritrattato, dove possibile, oppure gestito come rifiuto, con impatto economico immediato e conseguenze documentali sulla tracciabilità. È il motivo per cui la prevenzione a monte è più efficace della correzione a valle: sulle impurità macroscopiche, a valle, si può fare molto poco.

Come si sceglie un laboratorio valido per le analisi del compost?

Va scelto tra i laboratori inclusi nell’elenco che il Ministero dell’agricoltura pubblica ogni anno ai sensi dell’articolo 6 del D.Lgs. 75/2010. Per il 2026 il riferimento è il decreto ICQRF n. 97158 del 27 febbraio 2026. Oltre all’inclusione nell’elenco, verificate che il referto riporti metodi, incertezza di misura e riferimento normativo.

La digestione anaerobica migliora o peggiora la qualità del compost?

La migliora sul fronte della stabilità, perché la matrice entra in fase aerobica già parzialmente stabilizzata, a condizione che la filiera a monte sia pulita e che il digestato solido venga compostato e raffinato correttamente. Senza preselezione adeguata, la digestione anaerobica non elimina i contaminanti: li trasferisce al compost.

I limiti europei sono più severi di quelli italiani?

Sulle impurità macroscopiche sì. Il limite complessivo è lo stesso: 5 g/kg di sostanza secca per la somma di vetro, metalli e plastica sopra i 2 mm, pari allo 0,5% della disciplina nazionale. Il Regolamento (UE) 2019/1009 fissa però anche un limite per ciascun materiale: 3 g/kg per vetro e metalli e, dal 16 luglio 2026, 2,5 g/kg per la plastica. Il regolamento europeo è però ad adesione opzionale e riguarda i prodotti con marcatura CE. 

Quali parametri indicano che il compost è maturo?

Il rapporto C/N, che per l’ACM non può superare 25, e l’indice di germinazione, che deve essere almeno del 60% su diluizione al 30%. Il secondo è il parametro che verifica direttamente l’assenza di fitotossicità residua: un compost che rispetta i limiti chimici ma con indice di germinazione inferiore al 60% non è conforme e non è pronto per l’impiego agronomico.

In sintesi

La qualità del compost non è un controllo finale ma un sistema: conferimento pulito, pretrattamento dimensionato, processo condotto, raffinazione e piano analitico tracciabile al lotto. Marcopolo Environmental Group opera su scala internazionale nella valorizzazione sostenibile di rifiuti e sottoprodotti, con brevetti e processi orientati all’economia circolare. Aggiornamenti tecnici e normativi sul trattamento dei rifiuti sono pubblicati sul blog.