Captazione del biogas da discarica: come si dimensiona una rete di estrazione
Una rete di captazione del biogas da discarica si dimensiona a partire dal raggio di influenza dei pozzi, non da valori medi di settore. Nei progetti di Marcopolo Environmental Group la maglia regolare ha un’interdistanza compresa tra 20 e 30 metri — da 25 a 11 pozzi per ettaro a seconda del passo scelto — con portate comprese tra 5 e 20 Nm³/h per pozzo. Il criterio di verifica è uno solo: che anche il pozzo più lontano dalla stazione di estrazione resti in depressione, ad almeno 1 mbar.
Ultimo aggiornamento: 27/08/2026 Autore: Antonio Bertolotto, ecologo ricercatore con oltre 30 brevetti depositati in ambito ambientale – Fondatore Marcopolo Engineering Spa.
Perché non esiste una rete di captazione “standard”
Ogni discarica è un caso a sé stante. I dati medi rispecchiano una casistica molto limitata e diventano poco attendibili non appena vengono estratti dal contesto: conformazione del sito, volume abbancato, profondità del rifiuto, tipo di copertura e fase di coltivazione cambiano il risultato di ogni scelta progettuale. Lo storico serve, ma serve come riferimento per la progettazione preliminare, non come tabella da applicare.
Il punto di partenza, però, è normativo ed è netto. L’Allegato 1 del D.Lgs 36/2003, al punto 2.5, stabilisce che la gestione del biogas deve essere condotta in modo da ridurre al minimo il rischio per l’ambiente e per la salute umana, e fissa un obiettivo che vale la pena leggere alla lettera: non far percepire la presenza della discarica al di fuori di una ristretta fascia di rispetto. Tutto il dimensionamento discende da lì. Una rete non si progetta per estrarre il massimo volume possibile, ma per garantire che il biogas non trovi vie di fuga.
Quanti pozzi servono per ettaro di discarica
Il numero di pozzi dipende dal raggio di influenza: la distanza entro cui la depressione applicata al pozzo è ancora efficace nel richiamare il gas dal corpo rifiuti. Le aree di influenza dei pozzi adiacenti devono sovrapporsi, altrimenti restano zone non captate da cui il biogas migra liberamente. Il raggio varia con la permeabilità del rifiuto, il grado di compattazione, la profondità dell’abbancamento e — fattore spesso sottovalutato — la tipologia di copertura superficiale.
Nei nostri progetti partiamo da una maglia regolare con interdistanza variabile tra 20 e 30 metri. Su un ettaro, in maglia quadrata, questo significa 25 pozzi con passo 20 m, 16 con passo 25 m e 11 con passo 30 m. La maglia teorica viene poi adattata alla morfologia del piano discarica, operazione che di norma richiede l’aggiunta di alcuni pozzi rispetto al calcolo geometrico.
C’è un modo semplice per capire cosa significhi davvero quell’intervallo. Perché le aree di influenza si tocchino, il raggio deve coprire almeno metà della diagonale della cella: una maglia da 20 m richiede un raggio di influenza di circa 14,1 m, una da 30 m di circa 21,2 m. Scegliere l’interdistanza equivale quindi a formulare un’ipotesi sulla permeabilità del corpo rifiuti, ed è la ragione per cui la stessa maglia dà risultati diversi su due impianti apparentemente simili.
Esiste un limite di legge alla distanza tra i pozzi?
No, e vale la pena dirlo con chiarezza perché cambia il modo di leggere tutto il resto: nella normativa statale non esiste alcun valore geometrico vincolante per una rete di captazione. Nessuna interdistanza massima, nessun raggio di influenza, nessuna densità minima di pozzi per ettaro. Il punto 2.5 dell’Allegato 1 fissa un obiettivo prestazionale — massima efficienza di captazione, rischio ridotto al minimo, presenza della discarica non percepibile fuori da una ristretta fascia di rispetto — e lascia al progettista il compito di dimostrare come lo raggiunge.
Il documento italiano che più si è spinto a quantificare quei parametri sono le Linee guida per la progettazione e gestione sostenibile delle discariche approvate da Regione Lombardia con DGR X/2461 del 7 ottobre 2014. Vanno però citate sapendo cosa sono diventate: il TAR Lombardia le ha annullate con sentenza 522 del 17 marzo 2016, e il Consiglio di Stato ha confermato l’annullamento con sentenza 2790 del 9 giugno 2017, sul presupposto che la definizione dei criteri tecnici costruttivi e gestionali delle discariche è competenza esclusiva statale — esercitata con il D.Lgs 36/2003 — e che alle Regioni resta soltanto l’individuazione dei siti idonei.
Continuiamo a usarle come riferimento tecnico, e non siamo i soli: restano il tentativo più dettagliato mai prodotto in Italia di mettere numeri su questi parametri, e nella prassi progettuale circolano ancora. Ma un progetto non le “rispetta”: al più vi si allinea. La differenza conta il giorno in cui una scelta va difesa davanti a un ente di controllo.
Fatta questa premessa, i valori che indicavano sono utili come termine di paragone. Il raggio di captazione al contorno perimetrale non doveva superare 20 metri, quello interno 35 metri, e di conseguenza la distanza tra i pozzi all’interno del corpo discarica non doveva superare 70 metri. Sono due vincoli molto diversi tra loro. Settanta metri di passo corrispondono a poco più di 2 pozzi per ettaro: all’interno il limite era larghissimo. Al perimetro, invece, il valore si stringeva a un raggio di 20 metri, cioè esattamente l’interdistanza che nei nostri progetti adottiamo su tutta la superficie, non solo sui bordi.
Che sia una scelta, e non un automatismo, va detto apertamente: si giustifica quando l’obiettivo prevalente è il controllo delle emissioni superficiali e quando la morfologia o le coperture non garantiscono una propagazione uniforme della depressione. È anche la scelta che il quadro statale rende più facile da difendere, perché è l’obiettivo prestazionale — biogas che non trova vie di fuga — a dover essere dimostrato, non la conformità a una tabella.
Profondità e diametro dei pozzi
La perforazione si arresta a una quota di sicurezza rispetto al fondo, per non raggiungere lo strato di drenaggio posto a protezione del sistema di impermeabilizzazione. Qui la ragione operativa e quella normativa coincidono, e la seconda è statale: il punto 2.5 dell’Allegato 1 stabilisce che è indispensabile mantenere al minimo il livello del percolato all’interno dei pozzi di captazione per consentirne la continua funzionalità, con sistemi di estrazione del percolato compatibili con la natura di gas esplosivo ed efficienti anche in fase post-operativa. Pescare nella zona satura non è soltanto una scelta che occlude il drenaggio e azzera la resa del pozzo: è una condizione che la norma chiede espressamente di evitare. La quota utile di captazione è quindi sempre inferiore allo spessore totale del rifiuto.
Sul diametro il quadro statale non dice nulla. Il valore di 0,6 m come minimo per il diametro dei pozzi compare nelle linee guida lombarde citate sopra, con lo stesso status: riferimento di prassi, non prescrizione.
All’interno del foro viene calato un tubo fessurato, con tratto cieco nella porzione superiore, e l’intercapedine in corrispondenza del tratto fessurato viene riempita con materiale drenante. La parte alta del foro va sigillata: è l’elemento più critico e il meno visibile dell’intero pozzo, perché è ciò che impedisce alla depressione di richiamare aria dalla superficie lungo il foro stesso.
La depressione di esercizio: il parametro che decide tutto
Il criterio di progetto che utilizziamo è mantenere almeno 1 mbar di depressione sul pozzo più lontano dalla stazione di estrazione. Non è un valore prestazionale, è un vincolo di sicurezza: il pozzo più distante è quello che perde per primo quando le perdite di carico crescono o quando la rete è sottodimensionata, ed è quindi il punto da cui il biogas comincia a sfuggire in atmosfera.
La depressione generale applicata a monte delle soffianti è tutt’altra grandezza e varia moltissimo con l’età del rifiuto: dell’ordine di 10–15 mbar nella fase di massima produzione, fino a 100–120 mbar nella fase terminale. Chi guarda solo questo secondo numero rischia di leggerlo come indice di efficienza; in realtà una depressione elevata segnala che il corpo rifiuti sta esaurendo la sua capacità di cedere gas, e che crescono le perdite di carico per assestamento e condense.
Quanto biogas produce un pozzo, e perché la portata cambia nel tempo
La portata del singolo pozzo si colloca intorno ai 5 Nm³/h a inizio coltivazione e a fine vita dell’impianto, e può arrivare a 20 Nm³/h nella fase centrale. Oltre ai fattori generali incide l’efficienza costruttiva del pozzo stesso.
Questo intervallo condiziona diametri, valvole, stazioni di regolazione e capacità delle soffianti, perché la rete deve funzionare bene in due condizioni opposte: alta portata e bassa depressione nella fase di picco, bassa portata e alta depressione nella fase terminale. Dimensionare soltanto sul picco è l’errore progettuale che si paga vent’anni dopo.
Estrarre di più o estrarre meglio
Aumentare la depressione aumenta la portata estratta, ma richiama aria attraverso la copertura. L’ingresso di aria produce tre effetti, in ordine crescente di gravità: diluisce il gas abbassando la percentuale di metano e quindi il suo valore energetico; introduce ossigeno che inibisce l’attività dei batteri metanigeni, riducendo la produzione degli anni successivi; nei casi estremi può innescare fenomeni di combustione sotterranea.
Tradotto in pratica: la regolazione ottimale non massimizza la portata istantanea, ma il recupero sull’intera vita utile dell’impianto.
Il principio ha una traduzione operativa che la norma statale già fissa in parte. L’Allegato 2 del D.Lgs 36/2003 prescrive che il monitoraggio del gas di discarica comprenda almeno CH₄, CO₂ e O₂ con regolarità mensile in fase di gestione operativa, e semestrale in fase post-operativa. È il minimo di legge; la regolazione di esercizio si muove su frequenze più strette, perché serve a inseguire un equilibrio che cambia con la stagione, con l’assestamento e con l’avanzamento della coltivazione.
Non solo pozzi verticali: drenaggi orizzontali e bordo vasca
Un sistema di captazione efficace non si esaurisce nella maglia di pozzi verticali. Nella prassi progettuale i pozzi verticali operano in modo integrato con reti di drenaggio orizzontali, posate durante l’innalzamento degli strati: sono la soluzione che consente di captare il gas dai lotti ancora in coltivazione, quando la captazione definitiva non è ancora realizzabile e il rifiuto fresco è nella fase di massima produzione.
Il punto più critico, però, è il bordo vasca. È la via preferenziale di fuga del biogas, perché lungo il contatto tra rifiuto e sponda la permeabilità è quasi sempre maggiore che nel corpo dell’abbancamento, e perché la depressione applicata dai pozzi interni vi arriva attenuata. Una rete dimensionata correttamente al centro e scoperta al bordo produce esattamente ciò che la norma chiede di evitare: emissioni percepibili al confine dell’impianto. È la ragione per cui il perimetro va trattato come un sottosistema a sé, con una densità di captazione superiore a quella interna.
Stimare la produzione prima di progettare
Il dimensionamento parte da una previsione. Tutti i modelli di produzione del biogas si basano sul decadimento della sostanza organica e restituiscono, a partire dalle tonnellate conferite e dalla loro cronologia, una curva nel tempo. Il più diffuso è il LandGEM statunitense, sviluppato dall’Office of Research and Development dell’US EPA e giunto alla versione 3.1; accanto ad esso esistono numerose curve proprietarie di settore. Tutti condividono lo stesso limite: sono calibrati su casistiche storiche e tendono a sovrastimare, perché la composizione dei rifiuti conferiti in discarica è cambiata profondamente con la diffusione della raccolta differenziata. In Italia l’andamento delle quantità ancora smaltite in discarica è documentato annualmente da ISPRA, ed è la variabile che più di ogni altra rende obsolete le calibrazioni storiche.
Per le proprie simulazioni Marcopolo utilizza un modello storico proprietario, la Curva Bianchi. Oggi sovrastima la produzione, e lo diciamo apertamente perché è l’informazione più utile che possiamo dare: con gli opportuni correttivi la tendenza della curva resta molto affidabile, ed è la tendenza che serve per dimensionare. Sulla discarica di Taranto, nel periodo 2006–2020, lo scostamento tra curva teorica e dati reali è stato di circa il 20%: il biogas effettivamente captato è risultato pari all’80% della curva teorica.
Il caso Taranto
Sui lotti 1 e 2 della discarica di Taranto — la più grande tra quelle gestite da Marcopolo, con uno storico dati ormai prossimo ai vent’anni — sono stati realizzati circa 400 pozzi su circa 16 ettari, pari a 25 pozzi per ettaro. È la densità corrispondente a una maglia di circa 20 metri, cioè l’estremo più fitto del nostro intervallo di progetto: la scelta di un impianto in cui il controllo delle emissioni superficiali pesa più dell’economia della rete.
Gli elementi costruttivi della rete
Gli standard su cui lavoriamo riguardano otto famiglie di scelte: tipologia di pozzo (diametro di trivellazione e tipo di drenaggio), testa di pozzo, modalità di sopraelevazione, tipologia di tubo fessurato, stazione di regolazione sul piano discarica, stazione di estrazione, trattamento criogenico e scelta dei materiali. I dispositivi e gli approcci che impieghiamo per monitoraggi e presidi sono descritti nella pagina Sosesi.
Due meritano una nota. La sopraelevazione riguarda i lotti ancora in coltivazione, dove il pozzo viene progressivamente prolungato in quota man mano che cresce l’abbancamento. Le stazioni di regolazione raccolgono e bilanciano gruppi di pozzi, e per ciascuna vanno misurati e registrati il tenore di ossigeno e di metano, parametri che l’Allegato 2 include tra quelli obbligatori del monitoraggio del gas di discarica.
Il trattamento criogenico chiude la filiera: raffreddare il gas sotto il punto di rugiada precipita l’umidità e parte dei composti indesiderati prima dell’invio alla valorizzazione, proteggendo motori o sezioni di upgrading a valle.
Le condense
Il biogas esce dal corpo rifiuti saturo di umidità e ad alta temperatura; raffreddandosi nelle tubazioni condensa. Il punto 2.5 prescrive che il sistema di estrazione sia dotato di sistemi per l’eliminazione dell’acqua di condensa, che può essere reimmessa nel corpo dei rifiuti o, in caso contrario, va trattata e smaltita come rifiuto liquido in idoneo impianto.
Sul piano operativo il tema è più banale e più insidioso di quanto la norma lasci intendere: le linee vanno posate con pendenza continua verso punti di raccolta dedicati, perché un singolo tratto in contropendenza genera un tappo idraulico che azzera la portata di uno o più pozzi senza che nulla si rompa e senza che nessun allarme si attivi. Sul rendimento reale di una rete, la manutenzione ordinaria pesa più del dimensionamento iniziale.
Quanto costa una rete di captazione
Il costo della sola rete di captazione si stima sulla profondità di trivellazione. Il parametro che utilizziamo per le valutazioni preliminari è di circa 300 euro al metro per pozzi da 20 metri, cioè circa 6.000 euro per pozzo. Su un ettaro attrezzato con 25 pozzi da 20 metri si ottengono 500 metri di perforazione, per un ordine di grandezza di 150.000 euro per ettaro.
Il dato interessante non è però la cifra: è la sua sensibilità alla maglia. A parità di profondità e di prezzo unitario, il conto cambia così:
| Interdistanza | Pozzi per ettaro | Metri di trivellazione | Ordine di grandezza per ettaro |
|---|---|---|---|
| 20 m | 25 | 500 m | 150.000 € |
| 25 m | 16 | 320 m | 96.000 € |
| 30 m | 11 | 220 m | 66.000 € |
Valori geometrici, al netto dei pozzi aggiuntivi richiesti dall’adattamento morfologico. Tra i due estremi dell’intervallo di progetto il costo della rete più che raddoppia. Ne segue che la stima del raggio di influenza è la decisione economicamente più pesante dell’intero dimensionamento.
Va aggiunto che si tratta della sola rete di captazione: collettori, valvole, stazioni di regolazione, soffianti, trattamento e torcia sono voci separate. Il quadro completo delle voci di costo della post-gestione è trattato nel nostro approfondimento su come mettere in sicurezza una discarica esaurita.
Cosa impone la normativa
Il quadro nazionale è definito dall’Allegato 1, punto 2.5 del D.Lgs 36/2003, nel testo vigente a seguito delle modifiche introdotte dal D.Lgs 121/2020 di recepimento della direttiva (UE) 2018/850. Le discariche che accettano rifiuti biodegradabili devono essere dotate di impianti di estrazione che garantiscano la massima efficienza di captazione e il conseguente utilizzo energetico, ove questo venga ritenuto tecnicamente fattibile.
Sulla soglia di recupero energetico la formulazione è più articolata di come viene spesso riassunta: l’effettivo riutilizzo energetico è subordinato a una produzione minima del biogas realmente estraibile caratterizzata da una portata non inferiore a 100 Nm³/h e da una durata del flusso previsto ai valori minimi non inferiore a 5 anni. Due condizioni congiunte, non una.
Quando il recupero energetico non è praticabile, la termodistruzione deve avvenire in idonea camera di combustione a temperatura superiore a 850 °C, con concentrazione di ossigeno pari o superiore al 3% in volume e tempo di ritenzione pari o superiore a 0,3 secondi. In presenza di una produzione di metano inferiore a 0,001 Nm³/m²/h è possibile ricorrere all’ossidazione biologica in situ, mediante biofiltri o coperture biossidative adeguatamente progettate e dimensionate.
Per quanto tempo va tenuta in esercizio la rete
Qui circola un equivoco che vale la pena sciogliere. Il punto 2.5 stabilisce che il sistema di estrazione e trattamento del biogas sia mantenuto in esercizio per tutto il tempo in cui nella discarica è presente la formazione del gas e comunque per il periodo necessario, come indicato all’articolo 13, comma 2. Quel rinvio è la parte che conta: l’art. 13 comma 2 prevede che manutenzione, sorveglianza e controlli siano assicurati anche nella fase successiva alla chiusura, fino a che l’ente territoriale competente accerti che la discarica non comporta rischi per la salute e l’ambiente, con i controlli e le analisi del biogas espressamente citati.
Il termine, quindi, non è cronologico: è condizionale. E la condizione è definita dall’art. 13 comma 6-bis, che pone in capo al gestore l’onere di proporre la fine della gestione post-operativa documentandola con una valutazione del responsabile tecnico sull’effettiva assenza di rischio, nella quale va dimostrato che sono trascurabili sia gli assestamenti della massa di rifiuti sia l’impatto ambientale, anche olfattivo, delle emissioni residue di biogas.
I trent’anni che si sentono spesso citare esistono, ma riguardano altro: compaiono al punto 2.3 dell’Allegato 1 per percolato e acque di ruscellamento, all’art. 8 comma 1 lettera m) come orizzonte minimo del piano economico-finanziario, e all’art. 14 comma 3 lettera b) come durata minima di trattenimento della garanzia per la post-chiusura. Nessuno dei tre è un termine finale per la captazione del biogas.
Resta infine l’obbligo di un piano di mantenimento del sistema di estrazione, perché il naturale assestamento della massa dei rifiuti può danneggiare i pozzi e renderne necessaria la sostituzione.
Domande frequenti
Quanti pozzi di captazione servono per ettaro di discarica? Dipende dal raggio di influenza dei pozzi, non da un valore standard. In maglia quadrata, un’interdistanza di 20 metri corrisponde a 25 pozzi per ettaro, 25 metri a 16 pozzi, 30 metri a 11. Alla maglia teorica vanno poi aggiunti i pozzi richiesti dall’adattamento alla morfologia del piano discarica.
Esiste una distanza massima tra i pozzi fissata per legge? No. La normativa statale italiana non fissa alcun valore geometrico vincolante: né interdistanza massima, né raggio di influenza, né densità minima di pozzi. L’Allegato 1 punto 2.5 del D.Lgs 36/2003 pone un obiettivo prestazionale — che la presenza della discarica non sia percepibile fuori da una ristretta fascia di rispetto — e lascia al progettista il compito di dimostrare come lo raggiunge.
Che depressione va applicata a un pozzo di captazione del biogas? Il criterio di progetto è mantenere almeno 1 mbar di depressione sul pozzo più lontano dalla stazione di estrazione. La depressione generale a monte delle soffianti è un’altra grandezza e varia con l’età del rifiuto: 10–15 mbar nella fase di massima produzione, fino a 100–120 mbar nella fase terminale.
Perché aumentare l’aspirazione può ridurre la resa di una discarica? Perché richiama aria attraverso la copertura. L’ingresso di aria diluisce il gas abbassando la percentuale di metano, introduce ossigeno che inibisce i batteri metanigeni riducendo la produzione degli anni successivi, e nei casi estremi può innescare combustione sotterranea. La regolazione ottimale massimizza il recupero sull’intera vita utile, non la portata istantanea.
Quanto biogas produce un singolo pozzo di captazione? Tra 5 e 20 Nm³/h a seconda della fase di vita dell’impianto: intorno ai 5 Nm³/h a inizio coltivazione e a fine vita, fino a 20 Nm³/h nella fase centrale. Incide anche l’efficienza costruttiva del pozzo.
Quanto costa realizzare una rete di captazione del biogas? Il costo si stima sulla profondità di trivellazione: circa 300 euro al metro per pozzi da 20 metri, cioè circa 6.000 euro per pozzo. Un ettaro attrezzato con maglia da 20 metri richiede 500 metri di perforazione, per un ordine di grandezza di 150.000 euro. Collettori, soffianti, trattamento e torcia sono voci separate.
Quando è obbligatorio il recupero energetico del biogas di discarica? L’effettivo riutilizzo energetico è subordinato a due condizioni congiunte: una portata di biogas realmente estraibile non inferiore a 100 Nm³/h e una durata del flusso previsto ai valori minimi non inferiore a 5 anni. Quando non è praticabile si ricorre alla termodistruzione in camera di combustione oltre 850 °C.
Per quanti anni va tenuto in funzione l’impianto di captazione dopo la chiusura? Non esiste un termine fisso. Il D.Lgs 36/2003 lega la cessazione all’accertamento dell’assenza di rischio da parte dell’ente territoriale competente, con la procedura dell’art. 13 comma 6-bis. I trent’anni spesso citati riguardano percolato e acque di ruscellamento, il piano economico-finanziario e la durata della garanzia, non la captazione del biogas.
Che profondità deve avere un pozzo di captazione? La perforazione si arresta a una quota di sicurezza rispetto al fondo, senza raggiungere lo strato di drenaggio posto a protezione dell’impermeabilizzazione. La norma richiede inoltre di mantenere al minimo il livello del percolato nei pozzi: pescare nella zona satura occlude il drenaggio e azzera la resa. La quota utile di captazione è quindi sempre inferiore allo spessore totale del rifiuto.
Fonti
- D.Lgs 13 gennaio 2003, n. 36 — Allegato 1 punto 2.5 “Controllo dei gas”, Allegato 2, artt. 8, 13 e 14; testo vigente a seguito del D.Lgs 3 settembre 2020, n. 121. Per le verifiche puntuali sugli allegati è utile il testo coordinato.
- Direttiva (UE) 2018/850 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 30 maggio 2018.
- Consiglio di Stato, sentenza 9 giugno 2017 n. 2790, che ha confermato l’annullamento delle linee guida lombarde disposto dal TAR Lombardia con sentenza 17 marzo 2016 n. 522.
- Regione Lombardia, Linee guida per la progettazione e gestione sostenibile delle discariche, DGR X/2461 del 7 ottobre 2014 — atto annullato in sede giurisdizionale.
- Landfill Gas Emissions Model (LandGEM), US EPA Office of Research and Development, versione 3.1.
- Catasto Nazionale Rifiuti, ISPRA.

