Emissioni odorigene negli impianti di trattamento rifiuti: come si misurano e come si riducono
Le emissioni odorigene di un impianto di trattamento rifiuti si misurano con l’olfattometria dinamica secondo la norma UNI EN 13725:2022, che esprime l’odore in unità odorimetriche europee (ouE/m³). La misura diventa difendibile in autorizzazione solo se si distinguono due grandezze: la concentrazione alla sorgente e l’impatto presso i recettori. In più, i risultati vanno collegati ai parametri di esercizio dell’impianto. Nella nostra esperienza, ad esempio su un impianto di biogas agricolo del gruppo, la riduzione delle molestie è dipesa più dalla gestione ottimale che dalla dimensione del sistema di abbattimento.
Ultimo aggiornamento: 18/09/2026 | Autore: Antonio Bertolotto, ecologo ricercatore con oltre 30 brevetti depositati in ambito ambientale, fondatore di Marcopolo Engineering Spa.
1. Perché le emissioni odorigene sono un tema di tutela ambientale e di sicurezza
Il D.Lgs. 152/2006 definisce le emissioni odorigene come emissioni convogliate o diffuse aventi effetti di natura odorigena (art. 268). Per i rifiuti, l’art. 177 chiede da sempre una gestione che non causi inconvenienti da rumori o odori. Per anni, però, la norma nazionale non ha offerto criteri quantitativi: il vuoto è stato colmato prima dalle Regioni e poi dall’art. 272-bis. Il documento tecnico SNPA 2025 sulle emissioni odorigene ricostruisce questa evoluzione.
Negli impianti che trattano matrici organiche, l’odore nasce quasi sempre da processi anaerobici non controllati. SNPA individua le principali famiglie di composti odorigeni e le associa alle condizioni che le generano:
| Composti | Odore tipico | Dove si formano |
|---|---|---|
| Idrogeno solforato (H₂S) | Uova marce | Degradazione di cisteina e metionina in anaerobiosi |
| Mercaptani, dimetilsolfuro | Cavolo o vegetali in decomposizione | Condizioni anaerobiche spinte |
| Ammoniaca e ammine | Pungente, di pesce | Deaminazione in anaerobiosi |
| Acidi grassi volatili | Rancido | Ossidazione incompleta dei lipidi |
Per questo l’odore non riguarda solo il comfort. Alcuni di questi composti, come l’H₂S, sono anche tossici per chi lavora in impianto. A concentrazioni elevate l’H₂S può inoltre inibire la percezione olfattiva: l’assenza di odore percepito non è mai un indicatore di sicurezza. La stessa SNPA raccomanda di conoscere in anticipo la presenza di composti tossici, a tutela sia dell’operatore che preleva sia del panel che analizza. Per il biogas di discarica, il riferimento tecnico su sicurezza e ambiente è il rapporto UNI/TR 11917:2023, di cui parliamo nell’approfondimento sulla messa in sicurezza delle discariche esaurite.
2. Da quali sorgenti nascono gli odori in un impianto rifiuti
Le sorgenti si dividono in tre famiglie, e la terza è quella che più spesso sfugge ai piani di controllo:
- Puntuali (convogliate). Camini, uscite di biofiltri e scrubber, torce. Hanno portata nota e sono le più semplici da campionare.
- Diffuse (areali). Cumuli, vasche, superfici di biofiltri aperti, stoccaggi di digestato.
- Fuggitive. Portoni lasciati aperti, tramogge, nastri, giunti, pozzi di captazione non in depressione, bordo vasca in discarica.
| Tipologia di impianto | Sorgenti tipiche più critiche | Leva principale |
|---|---|---|
| Linea FORSU (digestione anaerobica + compostaggio) | Ricezione, pretrattamento, maturazione aerobica, aria dei capannoni | Confinamento, stabilizzazione anaerobica prima dell’aerobiosi, biofiltrazione |
| Biogas agricolo | Stoccaggi di biomasse e digestato, movimentazione | Tempi di giacenza, coperture, pulizie, misure mirate |
| Discarica | Superfici non coperte, bordo vasca, pozzi non in depressione | Rete di captazione del biogas e sua regolazione |
Nelle linee integrate FORSU, la digestione anaerobica stabilizza la biomassa prima della fase aerobica. Così riduce la biomassa reattiva e la portata d’aria da trattare, come spieghiamo nell’articolo su come si progetta un impianto biometano da FORSU. La conseguenza progettuale è che l’odore si previene soprattutto a monte nello stoccaggio delle biomasse, nel processo, e solo in parte a valle, nel trattamento dell’aria.
3. Come si misurano le emissioni odorigene: l’olfattometria dinamica
L’olfattometria dinamica è una misura sensoriale. Il campione gassoso viene diluito progressivamente con aria inodore e presentato a un panel di esaminatori selezionati, fino alla diluizione alla quale l’odore è percepito dal 50% del panel (soglia di percezione). Il numero di diluizioni necessarie dà la concentrazione di odore. SNPA fa questo esempio: un campione che va diluito 500 volte per smettere di essere percepito dal 50% del panel ha una concentrazione di 500 ouE/m³.
La norma di riferimento è la UNI EN 13725:2022, che ha sostituito la versione del 2003. Per convenzione, 1 ouE equivale a 123 microgrammi di n-butanolo in 1 m³ di aria inodore, come ricorda AgroNotizie.
Tre regole di campionamento fanno la differenza tra un dato utilizzabile e uno contestabile. Tutte sono riportate dal documento tecnico SNPA 2025 sulla base degli indirizzi ministeriali:
- Concentrazione e portata vanno insieme. Per una sorgente, la sola concentrazione non basta: moltiplicata per la portata d’aria dà la portata di odore (ouE/s). È questo il dato che entra nei modelli di dispersione.
- Il campione deve rappresentare l’esercizio reale. Per un’emissione costante servono almeno 3 prelievi in un intervallo di almeno 30 minuti. Per un’emissione variabile si campiona il momento più critico, oppure più momenti se interessa la variabilità.
- Le emissioni calde o umide vanno prediluite. Sopra il 90% di umidità relativa o i 50 °C si rischia la condensa nel sacchetto, e con essa l’alterazione del campione.
L’olfattometria non lavora da sola. SNPA la affianca alla caratterizzazione chimica e ai sistemi strumentali in continuo (IOMS, i cosiddetti “nasi elettronici”). Indica inoltre il monitoraggio di parametri surrogati, come H₂S e NH₃ oppure il metano per le discariche. Infine prevede la raccolta sistematica delle segnalazioni della popolazione, correlata ai dati meteo.
4. Emissione e recettore: i due numeri da non confondere
L’errore più frequente, anche nei documenti tecnici, è confrontare un valore misurato al camino con un criterio pensato per le abitazioni vicine. Le due grandezze differiscono di ordini di grandezza. SNPA descrive un’evoluzione normativa dai valori limite alle sorgenti verso criteri di accettabilità definiti presso i recettori.
| Dove si misura | Ordine di grandezza | Esempi di riferimento |
|---|---|---|
| Alla sorgente (camino, uscita biofiltro) | Centinaia di ouE/m³ | Abruzzo, DGR 400/2004: 300 ouE/m³ per gli impianti di trattamento dei rifiuti urbani. Lombardia, DGR 12764/2003: 300 ouE/m³ per gli impianti di compostaggio. Emilia-Romagna, DGR 1495/2011: valore guida di 400 ouE/m³ per i trattamenti del digestato negli impianti biogas. |
| Presso i recettori (abitazioni, aree sensibili) | Poche unità di ouE/m³ | Emilia-Romagna (LG 35/DT) e Provincia di Trento: criteri tra 1 e 4 ouE/m³, differenziati per destinazione d’uso e distanza. Puglia (L.R. 32/2018): valori al 98° percentile delle concentrazioni orarie di picco. |
Il collegamento tra i due livelli lo fa la modellistica di dispersione. Si parte dalla portata di odore misurata alla sorgente, si simula la ricaduta sul territorio e si verifica il rispetto dei criteri ai recettori. Per questo un valore “basso” al camino non basta: una sorgente fuggitiva non caratterizzata può produrre più impatto di un camino conforme.
5. Cosa prevede la normativa oggi
Il quadro nazionale ruota attorno all’art. 272-bis del D.Lgs. 152/2006, introdotto dal D.Lgs. 183/2017. La norma consente a Regioni e autorizzazioni di prevedere diverse misure per gli odori:
- valori limite in concentrazione di sostanze;
- prescrizioni impiantistiche e gestionali;
- criteri localizzativi;
- portate o concentrazioni massime di odore in ouE/m³ o ouE/s.
I criteri applicativi sono fissati dal Decreto direttoriale MASE n. 309 del 28 giugno 2023. I suoi cinque allegati tecnici coprono studi di dispersione, campionamento olfattometrico, percezione del disturbo, caratterizzazione chimica e IOMS. Gli indirizzi si applicano:
- in via diretta agli stabilimenti in AUA o con autorizzazione alle emissioni;
- in via indiretta, come criterio di tutela nell’istruttoria, alle installazioni in AIA;
- anche quando l’autorizzazione alle emissioni è assorbita in autorizzazioni uniche per rifiuti o fonti rinnovabili.
Sul piano tecnico, il riferimento per gli enti di controllo è il documento SNPA “Emissioni odorigene: elementi di riferimento e approcci metodologici per il monitoraggio” (Delibera n. 268/2025), che aggiorna la precedente Delibera 38/2018.
Per le discariche vale in più una regola specifica. Il D.Lgs. 36/2003, nell’Allegato 1, punto 2.5, chiede che la presenza della discarica non sia percepibile al di fuori di una ristretta fascia di rispetto. L’art. 13, comma 6-bis, subordina la fine della gestione post-operativa alla dimostrazione che l’impatto ambientale delle emissioni residue di biogas sia trascurabile, anche olfattivo.
Un orientamento giurisprudenziale chiarisce il senso di tutto questo. Secondo la Cassazione (sent. n. 20204/2021, riportata da SNPA), per un’attività autorizzata e conforme la molestia va valutata sulla “normale tollerabilità”, ma solo a condizione che l’azienda abbia adottato gli accorgimenti tecnici ragionevolmente utilizzabili per abbattere l’impatto delle emissioni. Rispettare il limite non basta: bisogna dimostrare di aver adottato gli accorgimenti tecnici ragionevolmente utilizzabili per abbattere l’impatto delle emissioni.
6. Il Piano di Monitoraggio e Controllo: trasformare l’odore in indicatori
Gli impianti che trattano rifiuti, sia di biogas da discarica sia di FORSU in digestione anaerobica, operano con un Piano di Monitoraggio e Controllo (PMC) allegato all’AIA. Il PMC prescrive controlli su emissioni in atmosfera, emissioni acustiche, consumi di combustibili e chemicals, reflui e analisi di biogas e biometano. In fase di rilascio, rinnovo o riesame, le Agenzie regionali esprimono il proprio parere sulle modalità di monitoraggio proposte dal gestore, come descrivono le Linee guida SNPA 48/2023.
Per l’odore, un PMC ben costruito collega il dato olfattometrico alle variabili che lo spiegano:
| Elemento del PMC | Dati raccolti | Decisione che abilita |
|---|---|---|
| Campagne di olfattometria (UNI EN 13725:2022) | ouE/m³, portata di odore, condizioni di esercizio al prelievo | Verifica di conformità, priorità di intervento |
| Registro delle segnalazioni | Data, ora, area, meteo, fase di processo in corso | Correlazione tra eventi e attività di impianto |
| Captazione aria e biogas | Portate, depressioni, ore di fermo | Individuazione di perdite fuggitive |
| Analisi del biogas | CH₄, CO₂, O₂, H₂S | Rischio odorigeno e rischio per la sicurezza |
| Manutenzioni e consumi | Interventi, energia, materiali filtranti | Costi e benefici delle soluzioni adottate |
Quanto alla frequenza, le norme regionali danno riferimenti concreti. Per gli impianti biogas l’Emilia-Romagna (DGR 1495/2011) prevede un piano di monitoraggio degli odori e campagne sia alle sorgenti sia a monte e a valle dell’impianto. Prevede inoltre 2 autocontrolli l’anno, con eventuale approfondimento modellistico.
7. Discarica: l’odore si governa con la rete di captazione
In discarica il biogas è insieme la principale fonte di odore e il principale vettore di rischio. Per questo la prima leva non è un trattamento a valle ma la rete di estrazione, che deve impedire al gas di trovare vie di fuga.
Nei nostri progetti il criterio di verifica è mantenere almeno 1 mbar di depressione sul pozzo più lontano dalla stazione di estrazione, per evitare che il biogas si disperda in atmosfera. È il primo punto da cui il biogas sfugge in atmosfera quando le perdite di carico crescono. La maglia dei pozzi ha un passo tra 20 e 30 metri, pari a 11–25 pozzi per ettaro, poi adattata alla morfologia della discarica, di solito aggiungendo qualche pozzo. La depressione generale a monte delle soffianti varia con l’età del rifiuto: 10–15 mbar in fase di massima produzione, fino a 100–120 mbar in fase terminale. Il dimensionamento è spiegato nell’approfondimento sulla captazione del biogas da discarica.
Tre punti deboli spiegano la maggior parte delle molestie diffuse:
- Il bordo vasca. Lungo il contatto tra rifiuto e sponda la permeabilità è maggiore e la depressione arriva attenuata: è la via preferenziale di fuga. Una rete corretta al centro ma scoperta al bordo produce proprio emissioni percepibili al confine.
- Le condense. Un solo tratto di tubazione in contropendenza crea un tappo idraulico che azzera la portata di uno o più pozzi, senza guasti visibili e senza allarmi.
- L’aspirazione eccessiva. Richiama aria attraverso la copertura, diluisce il gas, inibisce i batteri metanigeni e nei casi estremi può innescare combustioni sotterranee.
La prova che la gestione della rete conta più della biologia viene dalla discarica di Taranto. Nel periodo 2007–2020 la resa di captazione rispetto alla curva teorica è passata dal 45% al 96%, con una resa di periodo dell’80,6%. Dal 2013 al 2020 non è mai scesa sotto l’80%. I dati completi sono nell’articolo su quanto dura il biogas in discarica dopo la chiusura.
Il presidio del gas accompagna il sito per tutta la vita del biogas. La Corte di Cassazione ha affermato che le emissioni di biogas vanno regolate durante tutto l’esercizio, non solo a discarica esaurita. Quando la portata residua scende su valori dell’ordine di 20–30 Nm³/h, la valorizzazione energetica smette di essere sostenibile. Si passa allora a biofiltrazione o torce a bassa portata. Sotto 0,001 Nm³/m²/h di metano la norma consente l’ossidazione biologica in situ, con biofiltri o coperture biossidative.
8. Biofiltri, scrubber e nebulizzazione: come scegliere
Il documento SNPA 2025 descrive un ventaglio di tecnologie di abbattimento: captazione ed estrazione, adsorbimento, scrubbing umido, biofiltrazione, biotrickling, bioscrubber, ossidazione termica e catalitica, neutralizzazione degli odori. Nessuna è migliore in assoluto. Conta l’abbinamento con la sorgente:
| Soluzione | Principio | Quando è adatta | Attenzione a |
|---|---|---|---|
| Scrubber a umido | Lavaggio chimico-fisico dell’aria | Flussi convogliati con composti solubili (es. NH₃) | Reagenti, gestione dei reflui di lavaggio |
| Biofiltro | Ossidazione biologica su letto filtrante | Flussi convogliati continui e stabili, aria dei capannoni | Umidità e carico del letto, consumi dei ventilatori |
| Neutralizzazione per nebulizzazione | Dosaggio di formulati sulle aree emissive | Sorgenti diffuse e picchi operativi | Non sostituisce il trattamento di flussi concentrati e continui |
| Captazione e confinamento | Mettere in depressione le aree emissive | Sempre, come prima misura | È il prerequisito di tutte le altre |
Anche l’energia pesa sulla scelta. Negli impianti FORSU in produzione di biometano stimiamo 1,5–2 kWh per Smc di biometano sull’intera filiera, perimetro che include la biofiltrazione dell’aria dei capannoni. Ogni presidio sovradimensionato rispetto al rischio reale è energia consumata, quindi emissioni indirette. La scelta giusta è quella proporzionata alla sorgente e verificata con misure.
9. Il caso di un impianto di biogas agricolo del gruppo
Il caso riguarda un nostro impianto di biogas agricolo, non una linea FORSU. In fase autorizzativa gli enti avevano prescritto uno scrubber ad acqua e un biofiltro a due letti filtranti. L’investimento è stato di 315.070 euro, sostenuto tra marzo 2009 e maggio 2011.
Negli anni successivi abbiamo dimostrato il rispetto dei limiti con un approccio diverso, basato su tre elementi:
- buone pratiche gestionali;
- un sistema di nebulizzazione a noleggio;
- l’impiego di formulati biotecnologici.
Scrubber e biofiltro sono stati dismessi, con un risparmio energetico significativo.
| Periodo | Voce | Importo |
|---|---|---|
| 2009–2011 | Acquisto scrubber e biofiltro | 315.070 € |
| 2023 | Consulenza emissioni odorigene + noleggio nebulizzazione | 35.460 € |
| 2024 | Noleggio sistema di nebulizzazione | 11.820 € |
| 2025 | Noleggio sistema di nebulizzazione | 11.820 € |
| gen–lug 2026 | Noleggio sistema di nebulizzazione | 6.895 € |
Sull’impianto non si sono mai verificate segnalazioni odorigene attribuibili all’esercizio. Le uniche segnalazioni risalgono a un periodo precedente l’entrata in funzione ed erano riconducibili ad allevamenti zootecnici della zona.
La lezione non è che scrubber e biofiltri siano superflui. Il presidio odorigeno va calibrato sulla sorgente reale e verificato con misure. Qualsiasi modifica ai presidi prescritti va condivisa con l’autorità competente e sostenuta da dati olfattometrici. È esattamente il tipo di “accorgimento tecnico ragionevole” che la giurisprudenza chiede di poter dimostrare.
10. Come leggere un report olfattometrico e trasformarlo in decisioni
Un valore in ouE/m³ senza contesto è debole in conferenza di servizi. Diventa una decisione quando è legato a cosa stava succedendo in impianto al momento del prelievo. La sequenza che applichiamo è questa:
- Classificare la sorgente: puntuale, diffusa o fuggitiva.
- Verificare il riferimento corretto: limite all’emissione o criterio al recettore, senza confrontare grandezze diverse.
- Associare i parametri di processo: fase di carico, portate e depressioni di captazione, fermate, pulizie, tenuta dei portoni.
- Fissare nel PMC le soglie di intervento sui parametri che anticipano l’odore, ad esempio la caduta di depressione su un gruppo di pozzi.
- Chiudere il ciclo con una nuova campagna dopo ogni intervento correttivo.
Nel nostro portafoglio di gestione biogas e post-gestione, 55 contratti su circa 43 siti in 13 regioni dal 1993, la regola si è confermata: portata, depressione ai pozzi, metano e livello del percolato nei pozzi sono gli indicatori che anticipano le fughe diffuse e le segnalazioni per odori. L’impostazione complessiva del gruppo è descritta nella pagina Marcopolo Environmental Group.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra un limite all’emissione e un criterio al recettore?
Il limite all’emissione si misura alla sorgente, per esempio all’uscita di un biofiltro, ed è dell’ordine delle centinaia di ouE/m³ (300 ouE/m³ in diverse norme regionali per compostaggio e rifiuti urbani). Il criterio al recettore riguarda le aree abitate ed è dell’ordine di poche unità: in alcune linee guida regionali è tra 1 e 4 ouE/m³. Si collegano con i modelli di dispersione.
Con che frequenza va ripetuta l’olfattometria?
La frequenza la fissano l’autorizzazione e il PMC. Come riferimento, le norme dell’Emilia-Romagna per gli impianti biogas prevedono 2 autocontrolli l’anno, con campagne alle sorgenti e a monte e a valle dell’impianto. In ogni caso va ripetuta dopo modifiche impiantistiche e dopo interventi correttivi, per verificarne l’efficacia.
Che cosa rende difendibile un risultato di olfattometria?
Un campionamento conforme alla UNI EN 13725:2022, rappresentativo dell’esercizio reale (almeno 3 prelievi in 30 minuti per emissioni costanti), con la portata di odore e non solo la concentrazione. Serve anche la documentazione delle condizioni di processo al momento del prelievo, che rende il valore spiegabile e confrontabile nel tempo.
Qual è l’errore più comune in discarica?
Trattare l’odore solo a valle e trascurare la rete di captazione. Servono una depressione di almeno 1 mbar sul pozzo più sfavorito, attenzione al bordo vasca e alle condense, e una regolazione che eviti di richiamare aria dalla copertura.
La nebulizzazione può sostituire scrubber e biofiltri?
Non sempre. È efficace su sorgenti diffuse e picchi operativi, ma sui flussi convogliati, concentrati e continui scrubber e biofiltri restano più adatti. La scelta dipende da matrice, portate, confinamento e prescrizioni autorizzative. Ogni modifica ai presidi prescritti va condivisa con l’autorità competente e verificata con una campagna olfattometrica.
L’odore è un buon indicatore di rischio per i lavoratori?
No. Composti come l’H₂S sono odorigeni e tossici, ma a concentrazioni elevate possono inibire la percezione olfattiva. La sicurezza si governa con misure strumentali (H₂S, CH₄, O₂) e procedure dedicate, non con il naso.
Nota metodologica
I valori indicati come dati di esercizio o di progetto Marcopolo derivano dai progetti e dai contratti di gestione del gruppo: parametri della rete di captazione, serie storica di Taranto 2007–2020, consumi della filiera FORSU, costi del caso agricolo e portafoglio contratti. I dati del caso di biogas agricolo non si riferiscono a una linea FORSU. I valori di riferimento normativi e regionali sono tratti dai documenti istituzionali collegati nel testo e vanno sempre verificati sull’autorizzazione del singolo impianto.

