Incentivi biogas da discarica nel 2026: cosa prevede davvero la normativa e perché la captazione viene prima

Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2026

Nel 2026 non esiste un incentivo dedicato alla produzione di energia elettrica per i nuovi impianti a gas di discarica. Il FER X, il principale meccanismo nazionale per le rinnovabili elettriche, sostiene fotovoltaico, eolico, idroelettrico e gas residuati dai processi di depurazione. Il gas di discarica non è tra questi.

Per chi gestisce una discarica, quindi, la domanda giusta non è «quale incentivo posso ottenere», ma «che cosa mi impone la legge». Il d.lgs. 36/2003 obbliga a captare il biogas con la massima efficienza possibile e a recuperarlo energeticamente quando è tecnicamente fattibile. Il recupero energetico nasce da un obbligo ambientale, non da una scelta di investimento.

Per questo in Marcopolo Environmental Group consideriamo la rete di captazione prima di tutto un presidio di sicurezza e di tutela ambientale. Serve a impedire che il metano finisca in atmosfera, che gli odori arrivino oltre il perimetro dell’impianto e che l’aria richiamata nel corpo rifiuti inneschi combustioni sotterranee. Il valore energetico viene dopo, e si valuta sui dati reali del sito.

 

In breve

  • Il FER X non si applica al gas di discarica. Anche il FER 2 non prevede una categoria dedicata.
  • Il d.lgs. 36/2003 impone la captazione del biogas nelle discariche che ricevono rifiuti biodegradabili.
  • Il recupero energetico è previsto quando la portata è di almeno 100 Nm³/h e il flusso dura almeno 5 anni. Altrimenti si ricorre alla combustione controllata in torcia o all’ossidazione biologica.
  • La rete di pozzi costa tra 66.000 e 150.000 euro per ettaro di sola perforazione, a seconda della maglia.
  • Sulla discarica di Taranto il biogas effettivamente captato è stato circa l’80% di quanto previsto dal modello teorico.

Esistono incentivi per l’energia elettrica da gas di discarica?

Per i nuovi impianti, oggi no. Il decreto FER X definitivo (DM 18 giugno 2026, in vigore dal 7 agosto 2026) prevede un contingente massimo di 37,15 GW. Come indica il comunicato del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, i destinatari sono impianti fotovoltaici, eolici, idroelettrici e impianti di trattamento dei gas residuati dai processi di depurazione.

Il gas residuato dai processi di depurazione è il biogas prodotto dai fanghi degli impianti di depurazione delle acque. È una categoria distinta dal gas di discarica, che quindi resta fuori dal meccanismo. Lo stesso vale per il FER 2: l’elenco degli impianti ammessi pubblicato dal GSE comprende biogas di piccola taglia, biomasse, solare termodinamico, eolico off-shore e altre tecnologie innovative, ma nessuna voce dedicata alle discariche.

La conseguenza pratica è semplice. Chi valuta un nuovo impianto di recupero energetico deve costruire il modello economico senza dare per scontata una tariffa incentivante dedicata, e verificare con il GSE l’eventuale regime applicabile al proprio caso. È un motivo in più per partire dagli obblighi di legge e dai dati di campo, non dalla tariffa.

Cosa impone il d.lgs. 36/2003 su captazione e recupero energetico

Il riferimento è l’Allegato 1, punto 2.5, del d.lgs. 36/2003, nel testo modificato dal d.lgs. 121/2020 che ha recepito la direttiva europea 2018/850. Per le novità introdotte dal decreto del 2020 rimandiamo al nostro approfondimento sul d.lgs. 121/2020.

La norma stabilisce tre principi:

  • le discariche che accettano rifiuti biodegradabili devono avere impianti di estrazione del gas che garantiscano la massima efficienza di captazione e il conseguente utilizzo energetico, ove tecnicamente fattibile;
  • la gestione del biogas deve ridurre al minimo il rischio per l’ambiente e per la salute delle persone;
  • la presenza della discarica non deve essere percepibile al di fuori di una ristretta fascia di rispetto.

La captazione è quindi un obbligo di risultato: non basta installare dei pozzi, bisogna dimostrare che il biogas non trova vie di fuga. La dottrina lo conferma. In un contributo pubblicato su Lexambiente, Oreste Patrone ricorda che per le discariche sono obbligatori impermeabilizzazione, drenaggio del percolato, monitoraggio delle acque sotterranee e presidi di captazione del biogas, con l’unica eccezione delle discariche per inerti.

L’obbligo non finisce con la chiusura del sito. Il sistema di estrazione deve restare in funzione finché nella discarica si forma gas, e comunque finché l’ente competente non accerta che non ci sono più rischi per la salute e l’ambiente. Non esiste un termine fisso di trent’anni per il biogas: il termine dipende dalle condizioni del sito. Le fasi e i costi di questo periodo sono descritti nella nostra guida su come mettere in sicurezza una discarica esaurita.

Quando il recupero energetico è previsto e quando basta la torcia

Lo stesso punto 2.5 fissa le condizioni per il recupero energetico. Il riutilizzo energetico è previsto quando il biogas realmente estraibile ha una portata di almeno 100 Nm³/h e il flusso è destinato a durare almeno 5 anni. Sono due condizioni che devono valere insieme: un sito con una portata elevata ma destinata a calare in fretta non soddisfa il requisito.

Quando il recupero non è praticabile, la norma indica le alternative:

Situazione Cosa prevede la norma
Portata ≥ 100 Nm³/h e durata del flusso ≥ 5 anni Recupero energetico del biogas
Recupero energetico non praticabile Combustione in camera dedicata oltre 850 °C, con ossigeno almeno al 3% in volume e tempo di permanenza di almeno 0,3 secondi
Produzione di metano inferiore a 0,001 Nm³/m²/h Ossidazione biologica in sito con biofiltri o coperture biossidative progettate allo scopo

In ogni caso il biogas non può essere lasciato disperdere. Anche quando il recupero energetico non conviene, captazione e trattamento restano obbligatori.

Perché la captazione è prima di tutto un presidio di sicurezza

Una rete di captazione ben progettata protegge le persone e il territorio prima ancora di produrre energia. Nei nostri progetti il criterio di riferimento è mantenere una depressione di almeno 1 mbar sul pozzo più lontano dalla stazione di estrazione. È il punto da cui il biogas comincia a sfuggire quando la rete perde efficienza.

Estrarre di più non significa estrarre meglio. Se si aumenta troppo l’aspirazione, dalla copertura entra aria, con tre effetti in ordine crescente di gravità:

  • il gas si diluisce e perde valore energetico;
  • l’ossigeno blocca i batteri che producono metano e riduce la produzione degli anni successivi;
  • nei casi estremi si possono innescare combustioni sotterranee nel corpo rifiuti.

Ci sono poi due punti deboli che richiedono attenzione costante. Il primo è il bordo vasca, la via di fuga preferenziale del biogas, dove serve una densità di captazione maggiore che al centro. Il secondo sono le condense: un solo tratto di tubazione in contropendenza può bloccare uno o più pozzi senza che scatti alcun allarme.

La norma fissa anche un minimo di controlli. L’Allegato 2 del d.lgs. 36/2003 prevede il monitoraggio di metano, anidride carbonica e ossigeno con cadenza mensile durante la gestione operativa e semestrale dopo la chiusura. Nella pratica la regolazione richiede controlli molto più frequenti, perché l’equilibrio della discarica cambia con le stagioni e con l’assestamento dei rifiuti.

Quanto costa la rete di captazione

Il costo della sola rete si stima a partire dai metri di perforazione. Per le valutazioni preliminari usiamo un parametro di circa 300 euro al metro per pozzi profondi 20 metri, cioè circa 6.000 euro a pozzo. Il numero di pozzi dipende dalla distanza tra un pozzo e l’altro, che a sua volta dipende dalla permeabilità dei rifiuti:

Distanza tra i pozzi Pozzi per ettaro Metri di perforazione Costo indicativo per ettaro
20 m 25 500 m 150.000 €
25 m 16 320 m 96.000 €
30 m 11 220 m 66.000 €

Tra la maglia più fitta e quella più larga il costo più che raddoppia. Ogni pozzo produce tra 5 e 20 Nm³/h a seconda della fase di vita della discarica. Collettori, soffianti, trattamento del gas e torcia sono voci di costo separate. Il metodo completo è spiegato nel nostro articolo su come si dimensiona una rete di captazione del biogas.

Quanto biogas si capta davvero: il caso di Taranto

Prima di progettare bisogna stimare quanto gas produrrà la discarica nel tempo. Tutti i modelli di calcolo tendono però a sovrastimare, perché sono tarati su dati storici e la composizione dei rifiuti in discarica è cambiata molto con la raccolta differenziata.

Per le nostre simulazioni usiamo un modello proprietario, la Curva Bianchi. Oggi sovrastima la produzione, e lo diciamo apertamente: con i correttivi giusti, però, l’andamento nel tempo resta affidabile. Sulla discarica di Taranto, dove sui lotti 1 e 2 abbiamo realizzato circa 400 pozzi su 16 ettari, abbiamo confrontato il modello con i dati reali dal 2006 al 2020. Il biogas effettivamente captato è stato circa l’80% di quanto previsto dalla curva teorica. 

Il dato conta per due motivi. Chi dimensiona un impianto di recupero sulla curva teorica rischia di sovrastimare la produzione e quindi i ricavi. E una rete progettata sui numeri reali mantiene il controllo delle emissioni anche quando la produzione cala. Per capire come evolve il flusso negli anni, vedi il nostro approfondimento su quanto dura la produzione di biogas dopo la chiusura.

Quali autorizzazioni servono

Un impianto di recupero energetico in discarica si muove su due piani. Il primo è quello della discarica, che ha già la propria autorizzazione ambientale con le relative prescrizioni su biogas, emissioni e monitoraggio. Il secondo è quello dell’impianto di produzione di energia.

Per gli impianti a fonti rinnovabili il riferimento è oggi il d.lgs. 190/2024, il cosiddetto Testo unico sulle rinnovabili, in vigore dal 30 dicembre 2024. Ha sostituito la vecchia autorizzazione unica prevista dal d.lgs. 387/2003 con tre regimi: attività libera, procedura abilitativa semplificata (PAS) e autorizzazione unica. A questi si aggiungono, dove previsti, la valutazione di impatto ambientale, la prevenzione incendi con i Vigili del Fuoco e la connessione alla rete elettrica.

Il consiglio pratico è verificare fin dall’inizio quale regime si applica al singolo progetto: i tempi dell’iter autorizzativo pesano quanto la scelta della tecnologia.

Domande frequenti

Il FER X si applica agli impianti a gas di discarica?

No. Il FER X definitivo sostiene fotovoltaico, eolico, idroelettrico e gas residuati dai processi di depurazione. Il gas di discarica è una categoria diversa e non rientra nel meccanismo.

Il recupero energetico del biogas di discarica è obbligatorio?

La captazione è sempre obbligatoria nelle discariche che ricevono rifiuti biodegradabili. Il recupero energetico è previsto quando è tecnicamente fattibile, cioè quando il biogas estraibile ha una portata di almeno 100 Nm³/h e il flusso dura almeno 5 anni.

Posso limitarmi alla torcia?

Sì, quando il recupero energetico non è praticabile. La combustione deve però avvenire in una camera dedicata oltre 850 °C, con ossigeno almeno al 3% e tempo di permanenza di almeno 0,3 secondi. Con produzioni di metano molto basse si può ricorrere all’ossidazione biologica.

Quanto costa una rete di captazione del biogas?

La sola perforazione costa circa 300 euro al metro. Con pozzi da 20 metri si va da circa 66.000 euro per ettaro con pozzi a 30 metri di distanza fino a circa 150.000 euro con pozzi a 20 metri. Collettori, soffianti, trattamento e torcia sono costi aggiuntivi.

Per quanto tempo va gestita la captazione dopo la chiusura?

Finché nella discarica si forma biogas e finché l’ente competente non accerta l’assenza di rischi per la salute e l’ambiente. La legge non fissa un numero di anni per la captazione: il termine dipende dalle condizioni del sito.

 

Nota: le informazioni di questo articolo hanno finalità tecnico-informativa e non sostituiscono pareri legali, autorizzativi o finanziari. Ogni progetto richiede verifica documentale, sopralluoghi e confronto con gli enti competenti.